2026, Cultura e società

Il potere dei sogni oltre il risveglio: scenari di futuro possibili in percezione e trascrizione – B. Lerner, Transcription, 2026

(“We extend the dream when we share it. You call it fiction, but it is more. Like the eyes, all dreams are brown until they are shared. You asked me a beautiful question when you were a child: Were there dreams before?”.

“Estendiamo il sogno quando lo condividiamo. Tu lo chiami finzione, ma è di più. Come gli occhi, tutti i sogni sono marroni finché non vengono condivisi. Mi hai fatto una bellissima domanda quando eri bambino: esistevano i sogni prima?”)

Il nuovo, conciso romanzo di Ben Lerner, Transcription, si apre con una premessa semplice: un’intervista che non viene registrata. Un narratore senza nome torna nella sua città universitaria, Providence, nel Rhode Island, per intervistare il suo mentore novantenne, un intellettuale tedesco di nome Thomas, per una rivista. Ma prima dell’intervista, il narratore fa cadere accidentalmente il cellulare nel lavandino dell’hotel, rompendo il suo unico dispositivo di registrazione, un fatto che si vergogna troppo di ammettere. “Ero in tilt, desideravo il mio cellulare a livello cellulare”, scrive Lerner, insensibile ai vecchi media che mi circondavano: libri, dipinti, fotografie analogiche, un disco in vinile che girava da qualche parte nella casa del mio mentore”.

Diviso in tre parti, Transcription si sposta poi a un convegno a Madrid, dove il narratore viene criticato dai colleghi per aver inventato l’intervista con Thomas, ormai deceduto. Nella terza e ultima sezione il narratore incontra Max, il figlio di Thomas, a Los Angeles, per una conversazione universale che spazia dalla paternità alla pandemia, alla fragilità della vita.

Solo 144 pagine per moltissimi temi: meditazioni sull’arte e il ruolo sociale della malattia, i disturbi di attenzione, le crisi bipolari, i disturbi della alimentazione e la necessità di alimentazione consapevole, le allucinazioni; il rapporto con la tecnologia e la dimensione dell’iperumano, dell’estensione tecnologica dell’umano, anche nel modo di relazionarsi di fronte alle catastrofi globali, come le pandemie.

La narrativa e la lingua sintetica di Lerner è molto capace a rappresentarsi come un intervallo di terza di Satie in un intreccio di voci diverse, una trama di nastri temporali sottili come l’autore altrove confessa di avere appreso dal Tolstoj di Guerra e Pace.

(“Is late for the literal, no? We practice literature, not law. It was on even when off. Because it structured experience even when quiet. I will make a scene for you, establish a shot”

“È tardi per il letterale, no? Facciamo letteratura, non legge. Era acceso anche quando era spento. Perché strutturava l’esperienza anche quando era silenzioso. Ti metterò su una scena, stabilirò un’inquadratura”)

In Transcription, Thomas parla attraverso il narratore a Max, o Max parla attraverso il narratore a Thomas. Il modo in cui il linguaggio ci attraversa a volte ha l’intensità di una visita o di un segnale  connesso e stretto al rumore di fondo da cui emerge, con un nitore che sorprende e consola. Siamo tutti vulnerabili e tutti mezzi dello spirito, capaci di soluzione e forse di salvezza.

La memoria e il ricordo hanno il potere di sfidare  la polvere del tempo e la frammentarietà delle coordinate spazio-temporali riannodando i momenti densi di significato, i punti di svolta dei cammini esistenziali.

C’è poi un altro livello della trasmissione e della trascrizione, quella tra generazioni diverse, in una sorta di granulare e contemporanea concezione di scuola.

Transcription si conclude con un epilogo. Si tratta di un estratto di una lettera, scritta da un artista boemo del XIX secolo che, insieme al figlio Rudolf, realizzò intricati e incredibilmente realistici modelli di fiori, piante e creature marine in vetro. La loro tecnica era talmente sbalorditiva, così straordinaria, che gli scettici ipotizzarono l’utilizzo di artifici segreti. “Non è così”, insisteva Blaschka. “Abbiamo il tocco. Mio figlio Rudolf ce l’ha più di me perché è mio figlio e il tocco si affina di generazione in generazione”. Nel corso della storia, il narratore ha un incontro particolarmente toccante con la collezione di fiori di vetro di Leopold e Rudolf Blaschka all’Harvard Museum of Natural History.

Nell’epilogo, in più, i fiori di vetro svelano un significato essenziale in Transcription: di un romanzo sul tocco, che è il risultato sintetico di infiniti pensieri e scelte,  sulle eredità familiari, su come le cose vengono trasmesse o trascritte attraverso i tempi e gli spazi.

(“’Ode to Joy’, the anthem of Europe, through a stick. There is listening beyond the cochlear, yes? And all of this is true of time, too, not only sound. Vibrations from the past or future may also be received, perhaps also through the teeth. Or through your pen, the poet as seismographer”

“’Inno alla gioia’, l’inno dell’Europa, attraverso un bastone. Esiste un ascolto che va oltre la coclea, vero? E tutto questo vale anche per il tempo, non solo per il suono. Le vibrazioni del passato o del futuro possono essere ricevute anche, forse anche attraverso i denti. O attraverso la tua penna, il poeta come sismografo.”)

È anche materia di attenzione, quella di resistere nella foresta del rumore a trovare, come crede l’autore, un’oasi lontana dalla luce blu, una esplorazione sotterranea di quelle circostanze che sostanziano valore e spessore e lasciano acceso il significato degli eventi e delle persone, così come si augura Thomas di durare, lui pure, in qualche modo, oltre la finitezza della sua vita.

Si tratta di temi cruciali negli scenari sofferti di questa contemporaneità: Lerner ritrova l’affinità delle creature fragili di O. Vuong, lo slancio di verità dello scrittore  protagonista di Mao II , ma è anche in dialogo con la scuola platonica di M. Nucci, con la significanza del contatto universale di W. Marasco, con la disillusione linguistica coraggiosa e asciutta di T. Ciabatti, per cui in questo mondo ci si può ritrovare a dirsi cose meravigliose e poi  terribili e a confrontarsi in mezzo alla gente con le atrocità del mondo, magari  di fronte a una favola di avvistamenti Ufo o a un piatto di  ravioli cinesi Emperor Dumpling.

Nel romanzo di Lerner, colpisce la libertà di usare l’incontro con l’opera d’arte per dire qualcosa sull’opera stessa, ma anche sulla persona che la osserva e su come queste cose interagiscano a trasformare l’esperienza in letteratura, in una scrittura umana, che abbia un battito cardiaco, dove la frase misuri il corpo, il respiro e il pensiero nel tempo.

(“My mentor was conducting this electronic opera, orchestrating these interferences, crossing wires, worlds. Impossibly thin glass filaments underground, underwater, in the lungs, in the cochlea, vibrating when the small waves hit them. You call this fiction, but it is more”

“Il mio mentore dirigeva quest’opera elettronica, orchestrando queste interferenze, incrociando fili, mondi. Filamenti di vetro incredibilmente sottili sotto terra, sott’acqua, nei polmoni, nella coclea, che vibravano quando venivano colpiti dalle piccole onde. Voi la chiamate finzione, ma è di più”)

Proprio come l’autore conclude, questo incontro può diventare letteratura, ma anche oltre: un tocco, un varco, un’ipotesi di salvezza, un modo di non sentirsi soli nell’affrontare l’esperienza.

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