2026, Cultura e società

Scomparire di Francesca Valente, le risorse del talento in cammino

“Vuole sapere cosa penso da che ho memoria? Che cosa mi guida fin dal primo giorno? Che non si dovrebbe attaccare il cuore all’asilo di un istante. Anche lei percepisce l’assoluta compresenza di possibilità? Come una musica composta agglutinando pensieri anche se disordinatamente. Perché tutti sono sensati non le pare?Uno dopo l’altro sbocciano come fiori scarlatti.Stanno insieme per richiamo di canto“

L’autrice, evocando a Venezia le brume aggrovigliate dei porti nordici, affronta con ardimento l’archetipo della città labirinto e l’eco manniana della faticosa formazione tra arte e vita. Riaffiora da queste pagine la suggestione del viaggio di Tonio Kroger. La struttura a più voci segue la polifonia del Prometeo di Luigi Nono, nel giorno della prima rappresentazione in città, in cui si svolgono gli altri eventi.

I personaggi di Francesca Valente, dallo scrittore narrante alla pianista ritrovata a ogni altra figura, non sono strutturati con completezza narrativa; sono voci sospese e volontariamente incompiute. Tutte instaurano un combattimento sofferto contro il rumore di fondo, una “tragedia dell’ascolto”, dentro una nebbia intricata che è di paesaggio e di introspezione. Questa tensione dura anche nel racconto simbolico Urlicht, luce primordiale dell’infanzia.

Il Novecento musicale nasce da una frattura: è il momento in cui il linguaggio sonoro dell’Occidente smette di essere un sistema stabile e coerente e rivela una crepa. La scrittrice, in linea con le traiettorie filosofiche, interpreta questa trasformazione non solo come un determinante estetico, ma come un evento fondante della cultura europea. Attraverso la voce e il percorso di Amalia, la musicista che sparisce e nell’invisibilità si ritrova, percepiamo l’ascolto trasformarsi in un’esperienza sensibile e sfuggente: la musica smette di svilupparsi secondo un discorso logico e progressivo e diventa spazio di risonanze, timbri e atmosfere sospese. Debussy apre la prima incrinatura del linguaggio tonale; dentro Stravinsky il materiale sonoro viene frammentato, ricomposto per blocchi, organizzato attraverso ritmi incisivi e accostamenti inattesi. Infine Ravel, il genio del Bolero, nei confronti del quale la Maestra di musica Nadia prova soggezione e ammirazione, attraversa la frattura del rumore con uno sguardo lucido e quasi distaccato, conserva una grande precisione formale e una straordinaria cura timbrica, “ritmo e iterazione in una unica frase”.

Il registro memoriale e l’accuratezza giornalistica delle note a piè pagina, che dipingono il clima e un’epoca, contaminano il contrappunto di coscienza di voci liriche, rendendo viva al lettore la percezione di “suono incrinato”.

Il viaggio nel labirinto del rumore apre un dialogo coraggioso non soltanto con la storia musicale sino all‘ala del turbine intelligente di Glenn Gould, ma anche con le traiettorie del modernismo, in uno scenario di granularità discontinua.

Ci si ritrova il mondo a venire di Ben Lerner e la aspirazione di riconnessione armonica dell‘Orpheus Groove di Annalisa d’Amato Stahly, in una metrica che ha una familiarità di ricerca probabilmente generazionale: in cui l’Io non è l’unica possibilità di ricomposizione; che afferma la necessità di cammino, di una voce “viandante” tesa alla risoluta ricerca, se non di armonia, di un lavoro e di un esercizio di partitura da compiere ogni giorno, in metamorfosi, disinganno, danza.

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