L’acqua è alla base di ogni forma di vita. Ma ha anche provocato guerre, cataclismi, cambiamenti climatici e, la sua mancanza, devastanti siccità. L’uomo l’ha usata per igiene, terapie, riti religiosi, svago.
Nell’antichità per balneazione si intendeva l’immersione nelle acque delle terme che a Roma erano luoghi per socializzare: lussuose, ornate da marmi e mosaici, con biblioteche e giardini. Il nuoto all’aperto si praticava nel Tevere dove, soprattutto i giovani, si allenavano utilizzando salvagenti di sughero e giunchi intrecciati o otri pieni d’aria. Il nuoto in mare veniva praticato soprattutto dagli urinatores, operatori esperti che, in apnea, raccoglievano ostriche, coralli, perle, spugne, recuperavano oggetti da navi affondate, merci cadute in acqua e rimuovevano ostacoli. O dai militari: nel IV secolo d.C. fu creata un’accademia che lo prevedeva specificamente.
Con l’avvento del Cristianesimo l’acqua venne considerata dannosa per la salute e causa di pestilenze. Le terme sopravvissero nel mondo islamico dove erano assai diffusi gli hammam. Poi verso l’anno Mille la Scuola Medica Salernitana promosse la balneoterapia per curare alcune malattie, soprattutto nelle acque termali di Pozzuoli e Ischia. Risalgono al Rinascimento trattati che spiegavano i diversi modi di nuotare.
Ma perché si diffonda il turismo marino bisogna arrivare al ‘700. In Inghilterra e Francia aristocratici e borghesi, per godere dell’aria salubre e dei benefici dell’acqua salata, iniziarono a recarsi nelle località costiere: Biarriz, Brighton, Vichy, Bath. E tale abitudine si diffuse anche in Italia grazie all’arrivo di visitatori stranieri che giravano l’Europa continentale per il cosiddetto Grand Tour.
Ai primi dell’800 Napoli si riappropriò del proprio mare. Dal Ponte della Maddalena a Palazzo Donn’Anna a Posillipo si potevano affittare cabine dotate di una botola sul fondo per immergersi direttamente in mare. Tra le proteste dei pescatori che avevano difficoltà a gettare le reti e delle donne cui veniva impedito di lavare la biancheria. Alle spalle della “Villa Reale” (attuale Villa Comunale) furono costruiti alberghi di lusso e case di villeggiatura. E dopo la scoperta della Grotta Azzurra a Capri nel 1826, i turisti amavano nuotare al suo interno. I nobili presero l’abitudine di tuffarsi a Posillipo. Come William Hamilton, ambasciatore inglese, e lo stesso re Ferdinando che aveva imparato dai pescatori di Santa Lucia i segreti del nuoto. La regina Carolina, moglie di Gioacchino Murat, si fece costruire uno spogliatoio sulla spiaggia della reggia di Portici.
In Italia il primo lido attrezzato fu aperto nel 1827 a Viareggio, lo “Stabilimento de’ Bagni”. E cui seguirono altri a Rimini (1843), Lido di Venezia (1857), Alghero (1862), Cagliari (1863), San Benedetto del Tronto (1865), Cesenatico (1865), Giulianova (1873). Risale al 1832 l’“Ordinanza sui bagni di mare” con norme per la costruzione delle cabine, costi per affittarle, obbligo per gli stabilimenti di disporre di una barca di salvataggio con personale capace di nuotare. Inoltre era severamente vietato immergersi nudi, come facevano gli “scugnizzi”, ma si dovevano indossare sempre i mutandoni venduti su apposite bancarelle. A Napoli nel 1840 aprirono ì “Bagni marini”, ribattezzati poi “Bagno Elena” in onore della regina. Successivamente furono inaugurati il “Chiatamone Manzi”, l’“Eldorado”, “Villa Quercia”. Lidi eleganti, al mattino affollati dai bagnanti e di sera trasformati in ritrovi per spettacoli musicali e, successivamente, anche per proiezioni cinematografiche.
Grazie alla netta distinzione tra il tempo riservato al lavoro e quello dedicato allo svago, il turismo balneare divenne indice del benessere della società. Il mare divenne meta ambita da tutti. Le donne indossavano costumi interi che lasciavano scoperte braccia e gambe con eleganti ombrellini per ripararsi dal sole, gli uomini bermuda e canottiera, i bambini pantaloncini e maglietta. La scrittrice Matilde Serao nella rubrica “Mosconi” sul giornale da lei fondato, “Il Mattino”, scriveva: “Come deve regolarsi una signora che sia costretta a mostrarsi in pubblico con qualche cosa di meno e con qualche attrattiva di più che non abbia in terraferma? Il mare, signori miei, non è un salotto, ed ha certe esigenze e certe libertà, insieme, che il salotto non ha”. E si raccomandava di indossare ampi cappelli per mantenere la pelle chiara.
Il fascismo incoraggiò il turismo marino con l’istituzione di colonie con lo scopo di irrobustire la gioventù con attività fisiche e ricreative. E trasformò ufficialmente Ostia nel Lido di Roma. Su quella spiaggia nacque nel 1924 il più grande e lussuoso stabilimento balneare europeo, il “Roma”, distrutto durante la seconda Guerra Mondiale. A quel periodo risale un episodio raccontato da Luciano de Crescenzo in “Tutti santi me compreso”: ”A metà degli anni trenta vivevamo a Santa Lucia e mio padre mi buttò in mare dalla rotonda di via Partenope, completamente vestito. Non era uscito pazzo, stava solo rispettando una tradizione, quella con cui i luciani imparano a nuotare”.
Il boom economico del secondo dopoguerra portò a una crescita tumultuosa del turismo balneare. Complici la chiusura delle fabbriche e le ferie retribuite, agosto divenne il mese dell’esodo estivo. La spiaggia si trasformò nel regno delle attività ludiche e comparvero gli slip e il rivoluzionario bikini (già raffigurato, in verità, nei mosaici di Piazza Armerina in Sicilia, risalenti al IV secolo). Nessuno voleva rinunciare alla sua fetta di mare. Basti pensare alla cosiddetta “Mappatella Beach”, tratto di spiaggia libera sul lungomare di Napoli. Il nome deriva dall’abitudine di portare il cibo da casa avvolto in un panno (la mappatella).
L’affermarsi del turismo di massa però ha portato con sé problemi complessi. Innanzitutto con l’industrializzazione e l’urbanizzazione non tutti i mari un tempo puliti sono oggi balneabili. L’inquinamento è causato principalmente dalle attività umane. Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, degradandosi in frammenti microscopici che distruggono gli ecosistemi. Responsabili anche gli scarichi industriali, i concimi agricoli che dai fiumi raggiungono i mari, gli idrocarburi, lo sversamento delle fogne. Emblematico è il caso di Livorno: nel 1846 su quelle coste fu aperto uno dei primi stabilimenti balneari d’Italia. Oggi il mare in quella zona presenta gravi criticità ambientali legate soprattutto alle attività industriali. A Rosignano, a sud della città, le spiagge sono bianche per colpa dei residui di carbonato di calcio e soda sversati da uno stabilimento industriale.
Altro problema che non trova ancora soluzione sono le concessioni balneari. Il giro d’affari è importante: nel 2023, secondo la Camera di commercio, in Italia c’erano 7.244 stabilimenti balneari che occupavano una superficie demaniale di 18.194.298 metri quadrati. Per molto tempo le normative italiane hanno favorito i vecchi concessionari, cosa che impedisce ad altri di partecipare ai bandi di assegnazione. Per venire incontro alle esigenze dei gestori, che si lamentano di affrontare ingenti spese per attrezzare i lidi e lavorare solo 3/4 mesi l’anno, le concessioni sono state rinnovate automaticamente, prima per 90 anni, poi per 15 anni, poi fino al 1º gennaio 2034. Ma il Consiglio di Stato nel 2021 ha decretato che tutte sono scadute a fine 2023 ed è necessario indire nuovi bandi per l’assegnazione. Cosa non sempre avvenuta.
Negli anni si è affermata l’idea di creare spiagge libere attrezzate con ingresso gratuito in cui si pagano solo i servizi. Con l’obbligo di garantire l’accesso al mare e la fruizione del bagnasciuga. Frequenti le denunce dell’onorevole Francesco Emilio Borrelli, molto attivo nel campo della legalità, che afferma su Facebook: “Ogni giorno emergono aspetti sempre più inquietanti e illegali su alcuni concessionari di spiagge pubbliche che si sono impadroniti del territorio in modo predatorio”.
(*) L’immagine illustrativa è stata generata con intelligenza artificiale