Secondo il marito, il famoso scrittore Paul Auster, il Blue team include chi lavora e si sforza a testimoniare la cultura, il valore, anche un certo anticonformismo di spessore, nella vita di ogni giorno, come una cifra essenziale.
Così lo scritto di Siri Huvsted, “Storie di fantasmi”, in sua memoria, che Einaudi pubblica dal 1 settembre con la traduzione di Gioia Guerzoni, dimostra, contro una abitudine abbastanza compiaciuta e malinconica di giovani autrici di memoir, dall’esperienza e dalla ampiezza culturale del percorso della sua autrice, la forza letteraria, la potenza e anche lo svincolo di futuro di questa forma letteraria. I fantasmi aprono le porte del tempo e dispiegano il lessico familiare come una trama di nastri che chi, soprattutto, ha conosciuto i due scrittori riconosce, raccoglie e può portare con sé nel mondo. L’affinità e la consuetudine letteraria che ha unito gli anni di vita insieme della coppia e le due scritture afferma il suo legame con l’eternità anche dopo la malattia: Siri / Anne è fantasma in Baumgartner, il romanzo che Paul Auster ha terminato già malato, come lo è Paul nel testo della moglie, entrambi in dialogo fitto, in salti di pagine, di tempi, di storie dai finali aperti, dalla fiducia nel lato imprevedibile della vita.
Resta nella scrittura il mistero e la traccia della creazione in sintonia, come di una trama di vita annodata nell’abitudine dei giorni, capace di sopravanzare cancerland e le angustie della storia collettiva attorno, senza mai chiudersi in una dimensione egotica, sempre in contatto con l’altro e col mondo. Ricordarsi e condividere quanto ciascuno abbia il suo “plenum” di problemi lungo linea dell’esistenza, e quanto sia imperativo nelle fatiche inevitabili, pure non farsi sfuggire dalle mani la consapevolezza della vita ne consegue come una forma delicata, discreta, ma profonda di fratellanza. Non una cura, di più.
Anzi, dove il testo aspira a parlare alle generazioni del futuro, riesce in un dialogo di voci e di esperienze, a tutti i lettori, come al piccolo Miles a cui sono dedicate le lettere del Nonno, trascritte per intero, nel corpo del testo. Insomma un libro, per dirla con Carrere, sia orizzontale che verticale e, in italiano, il lavoro di traduzione è attento a cogliere e a figurare la sorpresa oltre la disinvoltura dell‘esperienza.
Gioia Guerzoni affida le epistole di Auster al piccolo Miles, alla revisione di Cristiana Mennella, più profonda conoscitrice della penna di Paul, così da coinvolgere i lettori in quella dimensione di scambio a quattro mani, che l’originale regala generosamente: quanti hanno tenuto la scrittura di Paul Auster intrecciata a quella di Siri, accanto, come un amico e un alleato prezioso, nelle traiettorie personali, ne ricavano la percezione convinta , fiduciosa, che nel Blue team valga la pena spendere energia, dedicarsi con passione. Una sintesi possibile di questo percorso è racchiusa in una canzone visionaria di Sophie Auster, la figlia dei due scrittori: Una sorta di dispositivo incantato, una Flying machine, per valicare innumerevoli confini e tenere davanti l’orizzonte.
«Flying Machine parla del tenersi stretti i sogni della propria infanzia e del non lasciar andare quella magia, non importa quante volte il mondo provi a rubartela» ne racconta l’autrice: “You can run but you better run wild, You can cry but don’t fall behind” ( Puoi correre, ma è meglio che tu corra come sei veramente, puoi piangere, ma non restare indietro)