Eventi, 2026

Un brindisi a progetti condivisi: il teatro a Napoli come voce civile e istituzionale

Se non volevo che la «cultura» venisse interpretata come un sistema di frasi fatte, se ero convinto che essa fosse un modo di impadronirsi della realtà tramite empatia e perspicacia, se cercavo l’umanità laddove le idee divenivano intellegibili fin nei minimi dettagli, se negavo che lo spirito fosse una forma logica e che potesse essere messo in catene tramite reboanti luoghi comuni, se il mio animo era rivolto al contempo sia all’eterno sia alla ragione, se non vedevo nell’ uomo solamente un artefice di costruzioni dialettiche, lontane dalla vita sociale o soltanto una creatura mistica, ma una personalità, e quindi un fascio di sentimenti sfumati, un miscuglio di dipendenza e autodeterminazione, e se infine credevo che il suo rango fosse determinato esclusivamente dall’altezza della sua anima, allora mi chiedeva di non stupirmi troppo nell’ascoltare come tutto ciò fosse proprio quel che lui e i suoi intendevano con la parola «civilizzazione». T Mann, Resoconto parigino

il “Resoconto parigino” (Pariser Rechenschaft) è scritto da Thomas Mann nel 1926, tra le due guerre, e si inserisce perfettamente nel contesto storico della crisi della Repubblica di Weimar, rappresentandone il lato e intellettuale diplomatico. Il resoconto di Mann descrive il tentativo di salvare la democrazia tedesca nel 1926, anno in cui la Germania entra nella Società delle Nazioni. Il suo viaggio a Parigi, poco dopo il successo letterario della montagna incantata è un tentativo politico e culturale di superare l ‘odio del dopoguerra e nel contempo un nazionalismo tedesco che rifiutava la Repubblica e il dialogo con l‘Europa. In quel periodo, Mann era passato da posizioni conservatrici a un sostegno convinto per la Repubblica di Weimar.

Il suo resoconto, in un tempo in cui il dibattito sul pacifismo aveva i toni accesi dei nostri giorni, è una arringa a favore della democrazia e della cultura europea come uniche barriere contro quella incapacità di pensare che Hannah Arendt identificherà poi come radice del male. Il contesto di intensa vita sociale, a tratti con le mondanità dei salotti letterari attuali, delle fiere, dei premi che si moltiplicano in presenza e digitali, tra ostriche e champagne affronta come motivo guida il ruolo politico e l’impatto sul mondo culturale dell’intellettuale, anche dal punto di vista e dal contributo del letterato illustre disposto con disciplina e spirito di servizio ad affrontare dibattito, mettendo in conto pure fraintendimento e  celia sulla propria scrittura  e a trarne percorso per la propria storia letteraria quanto per quella dell’umanità.

Non so quanti scrittori abbiano pari forza d’animo e disponibilità intellettuale di forzare i cliché dell’autopromozione e dell’autobiografismo; sicuramente Concita De Gregorio, Chiara Tagliaferri, Teresa Ciabatti, Matteo Nucci, le concittadine Valeria Parrella, Wanda Marasco. A sottolineare quanto nella letterarietà la componente di relazione abbia un peso altrettanto significativo rispetto al momento ideativo, pure nelle angustie della nostra faticosa realtà cittadina, riesce con voce potente il teatro di Roberto Andò e Mimmo Basso che costruisce una fabbrica di produzione e direzioni di studio e progettualità dove  si abbattono i confini e le pieghe temporali tra autori registi, maestranze, staff, digital management , ma anche con il pubblico e le istituzioni: col teatro nell’Università di illustri matematici come Bruno Buonomo , la scuola di Teatro di autori capaci di confronto internazionale come Annalisa D’Amato, Arturo Cirillo e quella di audiologia e neuroscienze della Federico II.

Allora l’eleganza di un brindisi condiviso porta con sé la traccia di scuola, percorso, cammino, con lo stesso senso di dolorosa responsabilità, ma anche di operosa fiducia di Thomas Mann e dei suoi personaggi.

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