Cultura e società

Quando la politica si arrende al “nonsipuotismo”

Un tempo si facevano battaglie. Oggi, troppo spesso, ci si arrende.

Bastava che qualcuno dicesse: «La legge lo vieta», «La delibera non lo consente», «Il Comune non vuole», «La Regione non è d’accordo», «La Soprintendenza ha detto di no». E se quella cosa per cui ci battevamo era giusta, non finiva lì. Anzi, era proprio lì che cominciava la battaglia.

Si studiava la legge per cambiarla. Si cercava un’altra strada amministrativa. Si chiedeva di modificare una delibera. Si riapriva una discussione con un dirigente, con un assessore, con un’amministrazione. Si costruivano alleanze, si coinvolgevano cittadini, associazioni, istituzioni. Si insisteva.

Non perché ogni battaglia fosse necessariamente destinata a essere vinta, ma perché la politica, quando è davvero politica, non si limita a registrare gli ostacoli: prova a rimuoverli.

È questa, forse, una delle differenze più profonde tra una stagione nella quale si aveva l’ambizione di cambiare le cose e quella nella quale ci siamo progressivamente abituati a considerare immutabile tutto ciò che viene presentato come un vincolo.

Quando il “non si può” diventò una battaglia

Penso, per esempio, alla stagione di Antonio Bassolino sindaco di Napoli. Al di là dei giudizi che ciascuno può dare su quella esperienza e sui suoi risultati, c’è una cosa che non va dimenticata: quella amministrazione ebbe il coraggio di affrontare il “nonsipuòfare” come un problema politico, non come una sentenza definitiva.

Il punto non era ignorare le regole. Era assumersi la responsabilità di misurarsi con le regole, interpretarle, modificarle quando necessario, costruire le condizioni perché una città potesse fare ciò che fino al giorno prima sembrava impossibile.

Era il primato della politica.

Poi, lentamente, quel primato si è consumato.

Non è nostalgia per una stagione politica. È il richiamo a un metodo.

Oggi capita sempre più spesso di ascoltare leader politici, amministratori, dirigenti, funzionari, ma anche persone impegnate nel civismo e nell’attivismo, pronunciare quella frase che dovrebbe invece far scattare una domanda: «Non si può fare».

E subito dopo arriva la resa.

Non si può fare perché c’è una legge. Non si può fare perché manca una delibera. Non si può fare perché il dirigente non firma. Non si può fare perché la Regione non è d’accordo. Non si può fare perché la Soprintendenza ha espresso un parere contrario. Non si può fare perché il regolamento non lo prevede.

Ma da quando una democrazia ha smesso di interrogarsi su come cambiare ciò che impedisce di realizzare una scelta politica?

Il “non si può” come alibi della politica

C’è anche un’altra forma di “non si può fare”, forse ancora più insidiosa: quella utilizzata dalla politica per non assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Perché a volte dietro un «non si può» pronunciato da un politico non c’è affatto l’impossibilità. C’è semplicemente la volontà di non esporsi.

È molto più facile dire «non me lo permette il Comune», «il dirigente non firma», «la Regione non è d’accordo», «la Soprintendenza ha detto di no» che dire con chiarezza: «Non condivido questa proposta e non intendo sostenerla, oppure non ho la voglia di intraprendere questa battaglia».

Nel primo caso la responsabilità sembra appartenere a qualcun altro. Nel secondo è tutta politica e porta il nome di chi decide.

A volte enti, dirigenti e funzionari finiscono così, loro malgrado, per diventare lo scudo dietro il quale la politica può nascondere la propria impotenza o la propria mancanza di volontà.

È un meccanismo pericoloso perché finisce per confondere due piani che dovrebbero restare distinti: quello tecnico-amministrativo e quello politico.

Il dirigente deve dire se una cosa è legittima, quali procedure servono, quali vincoli esistono e quali sono i rischi. Ma spetta alla politica assumersi la responsabilità di scegliere la direzione, costruire le condizioni per realizzarla e, quando necessario, promuovere le modifiche normative e amministrative che rendano possibile quella scelta.

Non possiamo chiedere a un funzionario di fare politica. Ma non possiamo nemmeno chiedere alla politica di comportarsi come un funzionario.

La politica non è soltanto quella dei partiti

Quando parlo di politica non penso soltanto ai partiti, ai consiglieri comunali, agli assessori o ai sindaci. Parlo di politica nel senso più ampio del termine: della capacità di una comunità di interrogarsi sul proprio presente, di assumere una posizione e di provare a trasformarlo.

Parlo quindi anche della politica civica, delle associazioni, dei comitati, dei movimenti, dei cittadini organizzati.

Perché anche lì, sempre più spesso, il “non si può fare” è diventato una risposta prima ancora che una domanda.

E questo è forse il segnale più preoccupante.

Perché se il cittadino che si organizza, il comitato che nasce per difendere un bene comune, l’associazione che propone un cambiamento, davanti al primo ostacolo amministrativo si limita a dire «non si può», allora il problema non è più soltanto della politica istituzionale. È diventato un problema della nostra cultura democratica.

L’attivismo nasce esattamente dall’opposto.

Nasce quando qualcuno dice: «Questa cosa non va bene» e qualcun altro risponde: «Vediamo come possiamo cambiarla».

La politica, in senso ampio, dovrebbe essere proprio questo: non accettazione passiva dell’esistente, ma capacità di immaginare un’alternativa e di costruire, con gli strumenti della democrazia, le condizioni per realizzarla.

E questo vale per chi governa e per chi si oppone, per chi amministra e per chi fa cittadinanza attiva.

Perché il “nonsipuotismo” non appartiene a una parte politica. È una cultura trasversale.

E quando diventa trasversale, diventa molto più difficile combatterla.

Non violare le regole, ma cambiare quelle che non funzionano

Sia chiaro: non sto sostenendo che le leggi possano essere violate o che i vincoli amministrativi possano essere semplicemente ignorati.

Sarebbe una caricatura della politica, non politica.

Sto dicendo un’altra cosa.

Se una comunità considera giusta, utile, necessaria una determinata trasformazione e scopre che una norma, una procedura o un atto amministrativo la impediscono, la politica dovrebbe chiedersi come superare quell’ostacolo nel rispetto delle regole democratiche.

Può significare cambiare una norma. Può significare modificare una delibera. Può significare chiedere un nuovo parere. Può significare aprire un confronto istituzionale. Può significare costruire un consenso più largo.

Può significare persino scoprire, dopo aver studiato meglio la questione, che davvero non si può fare.

Ma il “non si può” non può essere il punto di partenza e nemmeno quello di arrivo.

La domanda dovrebbe essere un’altra:

Perché non si può fare?

E subito dopo:

Cosa dobbiamo cambiare perché si possa fare?

E ce n’è una terza, ancora più scomoda:

Siamo sicuri che non si possa fare, o semplicemente non vogliamo farlo?

È una distinzione decisiva.

Perché dire «non posso» quando in realtà si intende dire «non voglio» non è prudenza amministrativa. È una scelta politica mascherata.

Il ritorno del primato della politica

Quando la politica si limita a prendere atto delle decisioni degli apparati, accade qualcosa di molto serio: il potere di decidere si sposta silenziosamente altrove.

Non è più la politica a dire quale città vogliamo costruire e poi a confrontarsi con l’amministrazione per renderla possibile. È l’amministrazione che, attraverso un regolamento, una procedura o un parere, finisce per stabilire ciò che la politica può o non può fare.

E quando questo accade, il primato della politica diventa una formula vuota.

Ma il problema non riguarda soltanto le istituzioni.

Riguarda tutti noi.

Una democrazia vitale ha bisogno di cittadini capaci di pretendere risposte, di amministratori capaci di assumersi responsabilità, di politici capaci di scegliere e di una società civile capace di non arrendersi davanti al primo ostacolo.

Abbiamo bisogno di tornare alla cultura della battaglia civile: quella che conosce le regole abbastanza bene da sapere dove intervenire per cambiarle.

Non alla cultura dello scontro permanente. Non all’arroganza di chi pensa che la propria idea sia superiore a ogni regola.

Ma alla cultura di chi, davanti a un ostacolo, non si ferma.

Perché una città non cambia quando tutti scoprono che qualcosa “non si può fare”.

Una città cambia quando qualcuno ha ancora la forza, la competenza e il coraggio di chiedere come fare.

Il “nonsipuotismo” è una delle forme più silenziose della rinuncia politica. Non arriva con una grande dichiarazione di resa. Arriva con mille piccoli «non si può fare», pronunciati ogni giorno da chi avrebbe invece il compito di provare a cambiare le cose.

E una città che si limita ad amministrare ciò che esiste, senza più provare a cambiare ciò che non funziona, prima o poi smette anche di immaginare il proprio futuro.

Il resto è soltanto amministrazione del presente.

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