Vi racconto perchè ho creato il format delle “Camminate del nutrimento” e come Slow Food e mindfulness ci aiutano a ritrovare il tempo della terra, del cibo, delle relazioni e della nostra vita, dentro una società che ha fatto della velocità una misura del valore
“Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il Tempo.”
Michael Ende lo aveva capito. In Momo raccontava una cosa che oggi mi sembra ancora più vera: quando cominciamo a trattare il tempo come una merce, finiamo per consumare la nostra stessa vita.
Guardiamoci intorno. Corriamo per andare al lavoro, per accompagnare i figli, per fare la spesa. Corriamo anche quando non c’è nessuno che ci insegue. Rispondiamo ai messaggi mentre camminiamo, mangiamo guardando uno schermo, organizziamo il fine settimana con la stessa ansia con cui organizziamo una riunione. E quando finalmente abbiamo qualche ora libera, spesso non sappiamo più cosa farne: anche il tempo libero deve essere riempito, e il riposo sembra dover servire a qualcosa. È una follia diventata normalità.
Il tempo della natura e il valore dell’attesa
Me ne accorgo soprattutto quando incontro chi lavora con la terra, quando entro in un orto, quando ascolto chi produce cibo e conosce ancora la pazienza delle stagioni. Lì il tempo ha un altro passo. Un seme viene messo nella terra e per giorni, settimane, non succede apparentemente nulla. Poi qualcosa si muove. L’impasto riposa, il formaggio aspetta, l’ulivo cresce. La terra si prende il suo tempo e nessuno può convincerla a diventare più veloce con una telefonata o uno slogan. La natura non è lenta: ha semplicemente un altro orologio.
Abbiamo costruito un sistema economico che vuole tutto disponibile, tutto l’anno, a qualsiasi ora. La stagione è diventata un fastidio, l’attesa un difetto, la pausa una perdita di tempo. H24: sempre connessi, sempre reperibili. Poi ci meravigliamo se siamo stanchi.
Slow Food e la cultura del tempo
Questa consapevolezza l’ho ritrovata in Slow Food. Quando nacque negli anni Ottanta in opposizione al fast food, non c’era soltanto la preoccupazione per quello che avremmo mangiato, ma un’idea di società. Il cibo è diventato il campo di battaglia di un mondo che ha iniziato a correre troppo, facendoci perdere pezzi importanti della nostra relazione con le stagioni, i territori e il piacere di stare a tavola.
Per questo “buono, pulito e giusto” sono molto più di tre parole sul cibo. Il pane ha bisogno di lievitare, il vino di maturare, un terreno di respirare. E chi lavora ha bisogno di un tempo che non sia soltanto quello venduto a ore. Dietro ogni prodotto c’è il tempo, la fatica e la conoscenza di qualcuno: se lo paghiamo poco, spesso stiamo pagando poco anche la vita di chi lo ha fatto.
La mindfulness e la possibilità di tornare presenti
È qui che la mia esperienza con la mindfulness si incrocia con il mio attivismo in Slow Food. Non è una parentesi profumata dentro una vita che corre, ma un esercizio di presenza. Significa tornare al corpo, accorgersi del respiro, sentire dove siamo e gustare…
Quasi mai ci rendiamo conto che siamo dappertutto con la testa e quasi mai dove si trovano i piedi.
Anche per questo le “Camminate del Nutrimento” che porto avanti a Napoli nascono da un’idea semplice: camminare può diventare un modo per tornare a sentire il proprio corpo e il territorio che attraversiamo. Il piede sulla strada, il respiro che sale lungo una scala, il sole sulla pelle, un orto nascosto tra le case, una vecchia pietra consumata in un palazzo del ‘700, il profumo di una cucina e quella luce delle Colline di Napoli che cambia il volto delle cose. Sono dettagli che non fanno rumore ma restano, e che richiedono quello spazio interiore che la fretta ci sottrae.
Una comunità per tornare ad abitare il tempo
È da qui che nasce l’impegno nella Comunità Slow Food Napoli Extra Moenia, in Gentle Green Events APS e nella Comunità della Compagnia del BenEssere: vorrei creare occasioni in cui il tempo torni ad avere un sapore. Portare la mindfulness fuori dalle stanze e dentro la strada, nei sentieri, intorno a una tavola. Unire la lentezza alla convivialità per restituire al cibo la capacità di vivere il territorio e la sua memoria.
La sostenibilità deve occuparsi anche del nostro rapporto con il tempo. Parliamo giustamente di energia, acqua e rifiuti, ma consumiamo continuamente una risorsa invisibile: il tempo umano. Lo consumiamo nel traffico, nelle attese inutili, nel lavoro che invade ogni spazio e in un turismo che pretende di spremere un territorio per qualche settimana.
Abbiamo preso la velocità come misura del progresso, ma io sono stanco di sentire parlare di crescita senza sapere a vantaggio di chi, e di città trasformate in vetrine mentre chi ci abita fa fatica a viverci. A un certo punto bisogna tornare alle cose: alla terra, al cibo, alle persone.
Riprendersi il tempo è una scelta politica, perché chi stabilisce i ritmi del lavoro e della produzione entra nella nostra vita. Per questo dovremmo recuperare una parola quasi dimenticata: Basta. Basta velocità, Basta consumo eccessivo, Basta rumore. Non significa tornare indietro, ma tornare a scegliere.
Le cose importanti — un’amicizia, un progetto, un cambiamento — hanno bisogno di sedimentare. Forse è questo il kairos: quel momento nel quale qualcosa finalmente accade perché siamo abbastanza presenti da accorgercene. La presenza diventa attenzione, l’attenzione diventa consapevolezza, e la consapevolezza chiede di diventare azione. Come afferma Nichiren Daishonin, Monaco Buddista del XIII secolo “–se il cuore non è focalizzato sull’azione concreta e sulla realtà della vita quotidiana, è come un disegno di cibo che non può sfamare.”
La nostra piccola rivoluzione quotidiana non consiste nel fermare il mondo, ma nel fermarci noi e sentire dove siamo e che cosa stiamo vivendo. Una camminata per ritrovare il corpo, un pasto condiviso per riscoprire la convivialità, un tramonto che dura tutto il tempo che deve durare.
Michael Ende aveva ragione: il tempo è vita. E la vita non sta aspettando che abbiamo finito di correre.
È già qui!