Pochi eventi hanno condizionato la storia e lo sviluppo dei popoli quanto le cicliche epidemie di colera e peste: a partire dal 1300 provocarono milioni di morti in Europa. In Italia, in epoche diverse, colpirono le grandi città che furono costrette a riorganizzare il proprio sistema sociale e politico per affrontare quel nemico invisibile. Il batterio del colera attacca l’intestino e, provocando dissenteria, porta alla morte per disidratazione o insufficienza cardio-respiratoria.
Il vibrione ebbe origine in India. Apparve nel 1817 nel Gange come morbo endemico. Rivoluzione commerciale e colonizzazione (causò 10 mila morti fra le truppe britanniche) lo diffusero prima in Asia, poi in Russia, e dopo un lunghissimo viaggio, in Europa. Città che vivevano di commerci come Venezia, Livorno e Genova esitarono a prendere provvedimenti per non danneggiare i traffici.
Il colera flagellò l’Europa per tutto l‘800. Napoli fu colpita nel 1828, 1836, 1855, 1866, 1873, 1884, prima e dopo l’Unità. I cittadini credettero a varie ipotesi complottiste, negandone l’esistenza e sminuendone la gravità. Le prime vittime si ebbero soprattutto tra i ceti popolari, ma ben presto l’epidemia si diffuse in tutta la città e non risparmiò nessuno. Le classi più agiate aggravarono la situazione pagando per falsificare le cause del decesso dei familiari per evitare che finissero nelle fosse comuni.
La svolta si ebbe grazie alle ricerche dello scienziato Filippo Pacini, scopritore del vibrione, e del medico inglese, John Snow, che dimostrarono che il colera si trasmette attraverso l’acqua contaminata dalle feci. E gli acquedotti napoletani, vecchissimi, sfruttavano ancora cunicoli e cisterne della rete idrica romana. Per secoli la popolazione ne aveva usato l’acqua per cucinare, bere, lavarsi ma col tempo era stata contaminata da virus, batteri, parassiti.
Le pessime condizioni igienico sanitarie della rete idrica e fognaria favorivano, ma solo in via indiretta, anche la diffusione della peste creando un ambiente favorevole al proliferare di pulci, pidocchi, cimici, che ne sono il principale veicolo di trasmissione.
Le acque che rifornivano gli acquedotti cittadini erano solo in minima parte piovane, ma provenivano soprattutto da sorgenti lontane: il Sebeto (dalle falde del Vesuvio), che una volta intubato scorreva quasi in superficie, il Serino (dal Monte Terminio in Irpinia), le cui acque venivano portate a Napoli da un acquedotto di epoca augustea, il fiume Faenza, che secondo il progetto di Vanvitelli dopo avere alimentato le fontane della reggia di Caserta arrivavano a Napoli per rifornire quelle cittadine. Le condutture utilizzate non erano costruite con materiali impermeabili né resistenti e le acque venivano facilmente contaminate.
Il principale acquedotto della città era quello della Bolla, risalente all’epoca greco-romana (IV secolo a.C.). L’acqua procedeva con una tale forza che sembrava ribollisse, da cui il nome. La struttura disponeva di oltre 5.000 pozzi, da cui i cittadini attingevano l’acqua direttamente da strade e abitazioni. Rimasto in funzione per oltre duemila anni, nel XVII secolo l’aumento della popolazione rese necessario un suo ampliamento. Il conte di Carmignano a sue spese costruì un nuovo acquedotto, che, in parte, correva sopra quello più antico riempiendolo per caduta.
Il problema era che la rete fognaria, voluta dal viceré don Pedro de Toledo nel ‘600, in alcuni tratti scorreva non incanalata al di sopra di quella idrica e il tufo del sottosuolo, particolarmente poroso, consentiva l’infiltrazione dei liquami infetti nell’acqua potabile. Addirittura l’acquedotto Carmignano, che pure avanzava in profondità, passava sotto il cimitero di S. Maria del pianto dove erano stati sepolti gli appestati del 1656 con conseguente infiltrazione di liquami infetti. In più la costruzione di via Marina nel 1740 creò uno sbarramento che non permetteva che le fogne raggiungesse il mare, favorendo il ristagno della cloaca massima.
Ma tutta la situazione igienica era compromessa. In una lettera il 1884 il console statunitense Frank Goddard Haughwout scriveva al Dipartimento di Stato le disastrose condizioni sanitarie della città. Confermate in un suo libro da Axel Munthe che per spirito umanitario assistette la popolazione più povera durante l’epidemia.
Finalmente un’inchiesta parlamentare stabilì che dopo l’Unità d’Italia la maggior parte dei comuni del Regno era priva di rete fognaria, che non tutte le case avevano servizi igienici ed erano collegate al sistema fognario, spesso gli escrementi venivano depositati per strada o finivano in un fosso svuotato solo quando era pieno, anche dopo mesi o anni. Molti comuni non disponevano di acqua potabile, nei paesi e nelle periferie non era attivo il servizio di nettezza urbana. Bassi e sottoscala erano adattati ad abitazione in cui vivevano accalcate decine di persone. Le strade erano anguste e non vi era adeguata circolazione di aria che perciò diventava umida e stagnante. Inoltre a Napoli, a differenza della Francia, era permesso allevare animali in città, il letame raccolto nei cortili andava in putrefazione ed ammorbava l’aria.
Dopo l’epidemia di colera nel 1884 il governo decretò la definitiva chiusura dell’acquedotto cittadino, risistemando contemporaneamente il sistema fognario. Inoltre l’emergenza mise sotto gli occhi dell’intera nazione i problemi sociali della città e si arrivò alla legge per il Risanamento di Napoli. Nel 1885 furono abbattuti gli antichi quartieri. La situazione migliorò ma non di molto. La giornalista Matilde Serao, nel celebre saggio-inchiesta “Il ventre di Napoli” affermò che gli sventramenti e la costruzione di nuovi palazzi erano solo un paravento, un’opera di facciata che nascondeva la miseria dei vicoli e dei fondaci senza risolvere le vere cause dell’indigenza.
E Napoli decenni dopo ha dovuto rivivere la terribile emergenza di un’epidemia di colera, che inaspettatamente fece la sua ricomparsa nel 1973 provocando 278 malati e 24 morti. Probabilmente la causa furono i frutti di mare allevati in acque inquinate dagli scarichi fognari.

Per celebrare la storia degli acquedotti cittadini è stato aperto nel sottosuolo della Basilica della Pietrasanta su via Tribunali e precisamente in Piazzatta Pietrasanta 17 uno straordinario Museo dell’Acqua (Lapis Museum) (vedi foto sopra) Un percorso lungo circa un chilometro che segue il tracciato dell’antico Acquedotto della Bolla. Lo si raggiunge con un suggestivo ascensore dalle ampie vetrate, che scende fino a 35 metri sotto il livello della strada. Sono visibili non solo le cisterne (quella “delle anguille” e la ‘Sala delle onde’) e i cunicoli ma anche graffiti, mosaici e resti di quando gli spazi venivano usati come rifugi.
Oggi, mentre in occidente la qualità dell’acqua è costantemente regolamentata e monitorata, il Vibrio cholerae è tornato a essere malattia dei poveri. Ci si ammala nelle zone meno sviluppate del mondo e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a provocare circa 95 mila decessi ogni anno.