Temperature marine ai massimi storici, ecosistemi sotto pressione e un El Niño molto forte all’orizzonte. Mentre la soglia globale di 1,5 °C si avvicina, il Mediterraneo mostra con crescente evidenza gli effetti di un clima che cambia.
L’estate che sta terminando ci consegna numeri che sarebbe pericoloso archiviare come semplici record meteorologici. Agosto 2026 è stato il mese di agosto più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media dell’aria di 16,96 °C, superiore di 0,85 °C alla media del periodo 1991-2020 e di 1,65 °C rispetto ai livelli preindustriali. È stato anche, insieme a luglio 2023, il mese più caldo mai osservato nel dataset ERA5 di Copernicus. Ma il dato forse ancora più impressionante arriva dagli oceani. La temperatura media superficiale dei mari compresi tra 60° Sud e 60° Nord ha raggiunto in agosto 21,07 °C: il valore più alto mai registrato per questo mese e, insieme a marzo 2024, il massimo mensile assoluto della serie. Il 24 e 25 agosto si è arrivati a 21,11 °C, nuovo record giornaliero. Dal 19 giugno, ogni singolo giorno ha fatto registrare una temperatura media oceanica superiore a quella osservata nello stesso giorno in qualsiasi anno precedente. Non siamo più di fronte a un episodio isolato. Siamo davanti a una tendenza.
Il Mediterraneo come hotspot climatico
Dentro questa trasformazione globale, il Mediterraneo occupa una posizione particolarmente delicata. L’IPCC lo considera un vero e proprio climate change hotspot: un’area nella quale molteplici rischi climatici si sovrappongono all’elevata vulnerabilità di popolazioni, ecosistemi e territori. La superficie del Mediterraneo si riscalda da decenni. Secondo l’IPCC, dall’inizio degli anni Ottanta la temperatura superficiale del mare è aumentata a un ritmo compreso tra 0,29 e 0,44 °C per decennio, con una crescita più accentuata nel bacino orientale. La temperatura superficiale della regione mediterranea ha già raggiunto circa 1,5 °C in più rispetto all’epoca preindustriale. L’estate 2026 ha ulteriormente accentuato questi segnali. Nel Mediterraneo occidentale sono state registrate temperature superficiali marine record per il mese di agosto, accompagnate da diffuse ondate di calore marine classificate da forti a severe. Un mare più caldo non significa semplicemente poter fare il bagno qualche settimana in più. Gli oceani rappresentano il principale accumulatore di calore del sistema climatico terrestre. L’aumento della temperatura marina modifica gli scambi di energia e umidità con l’atmosfera e, in presenza delle opportune configurazioni meteorologiche, può contribuire a creare condizioni favorevoli a precipitazioni più intense. In un bacino quasi chiuso, densamente popolato e circondato da territori già vulnerabili alla siccità, tutto questo assume un significato particolare.
1,5 °C: la soglia dell’Accordo di Parigi
C’è un numero che meglio di qualsiasi altro racconta quanto ci siamo avvicinati al limite che la comunità internazionale si è impegnata a non oltrepassare: 1,5 °C. Con l’Accordo di Parigi del 2015, quasi tutti i Paesi del mondo si impegnarono a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’epoca preindustriale, perseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Dieci anni dopo, quella soglia non appartiene più soltanto agli scenari dei climatologi. È entrata nei dati che misuriamo. Il 2024 è stato il primo anno solare a raggiungere circa 1,55 °C sopra i livelli preindustriali. Nel 2025 la temperatura media globale è rimasta intorno a 1,44 °C. I tre anni 2023, 2024 e 2025 sono stati i tre più caldi mai registrati e la loro temperatura media si è attestata a circa 1,48 °C sopra il periodo 1850-1900. Gli ultimi undici anni, dal 2015 al 2025, sono stati gli undici più caldi mai osservati. È necessario essere precisi: il superamento di 1,5 °C in un singolo anno o in un singolo mese non significa che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sia già formalmente fallito. Quel limite riguarda infatti il riscaldamento climatico di lungo periodo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato consolarsi dietro questa distinzione statistica. Nell’agosto 2026 la temperatura media globale è tornata a 1,65 °C sopra i livelli preindustriali. Non è più soltanto una previsione. È una traiettoria.
El Niño e riscaldamento antropico: due fenomeni che si sovrappongono
Su questa tendenza di lungo periodo si sta innestando un altro fenomeno. El Niño è ormai stabilmente presente nel Pacifico tropicale e, secondo la World Meteorological Organization, dovrebbe intensificarsi ulteriormente nei prossimi mesi fino a raggiungere un’intensità molto forte verso la fine dell’anno. La probabilità che persista fino a febbraio 2027 è ormai prossima al 100%. È importante però non confondere causa ed effetto. El Niño è un fenomeno naturale e ciclico del sistema oceano-atmosfera del Pacifico. Non è la causa del cambiamento climatico e la sua intensità non permette di prevedere automaticamente la gravità degli effetti in una determinata regione. Può però modificare su vasta scala temperature, precipitazioni e circolazione atmosferica, aumentando in alcune aree del pianeta il rischio di siccità, alluvioni e caldo estremo. Il problema è quindi la sovrapposizione tra la variabilità naturale e un pianeta già eccezionalmente caldo per effetto dell’accumulo dei gas serra. Il riscaldamento globale alza, per così dire, il livello di partenza sul quale agiscono i fenomeni naturali. Ed è questa combinazione a rendere particolarmente delicata la fase climatica che stiamo attraversando.
Dagli ecosistemi alla salute: gli impatti sistemici
Le conseguenze non riguardano soltanto la temperatura. Nei mari cambiano distribuzione e comportamento delle specie, aumentano gli stress termici per gli organismi più sensibili e si favorisce la diffusione di specie adattate ad acque più calde. Riscaldamento e acidificazione modificano progressivamente gli ecosistemi marini, con potenziali conseguenze anche sulla pesca. Sulla terraferma, siccità più frequenti e intense mettono sotto pressione le risorse idriche. L’IPCC identifica per il Mediterraneo rischi crescenti legati alla scarsità d’acqua, agli incendi, alla perdita degli ecosistemi terrestri e marini, alla produzione alimentare, alla salute e alle aree costiere. I ghiacciai alpini, intanto, arretrano rapidamente. La Marmolada è diventata l’immagine simbolo di un patrimonio glaciale che stiamo perdendo. Uno studio dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e dell’Università Ca’ Foscari Venezia ha mostrato che i ghiacciai delle Dolomiti potrebbero frammentarsi o scomparire nell’arco di pochi decenni. Nel caso della Marmolada la frammentazione è già evidente e, secondo i ricercatori, il destino dei ghiacciai dolomitici appare fortemente compromesso persino ipotizzando una stabilizzazione del clima sui valori medi del periodo 1991-2020. La perdita di ghiaccio significa anche modificare progressivamente una delle riserve naturali d’acqua che alimentano fiumi e territori durante i mesi più caldi. L’agricoltura deve confrontarsi con stress idrico, temperature elevate, alterazione delle stagioni vegetative, nuovi parassiti e crescente instabilità delle produzioni.
E poi esiste un limite che riguarda direttamente l’essere umano. Quando temperature molto elevate e forte umidità si combinano, cresce la cosiddetta temperatura di bulbo umido, un parametro legato alla capacità del nostro organismo di disperdere calore attraverso l’evaporazione del sudore. In condizioni estreme questa capacità diminuisce e il caldo può trasformarsi da disagio in un vero rischio sanitario, soprattutto per anziani, bambini, persone fragili e lavoratori esposti all’aperto. La crisi climatica, quindi, non è soltanto una questione ambientale. È contemporaneamente una questione sanitaria, agricola, economica, energetica e sociale.
Dai dati alle decisioni: il tempo della politica climatica
Ed è qui che la scienza inevitabilmente incontra la politica. Abbiamo dati migliori di qualsiasi generazione che ci abbia preceduto. Satelliti che misurano continuamente la temperatura degli oceani. Reti meteorologiche globali. Modelli climatici sempre più sofisticati. Conosciamo l’arretramento dei ghiacciai, osserviamo le trasformazioni degli ecosistemi, misuriamo il contenuto di calore degli oceani e possiamo stimare con crescente precisione molti dei rischi futuri. Non possiamo più dire di non sapere. Eppure il cambiamento climatico sembra progressivamente perdere centralità nel dibattito politico internazionale, sopraffatto dalle guerre, dalle tensioni geopolitiche, dalle crisi economiche e dalle emergenze del presente. Sono problemi reali e drammatici.
Ma il clima possiede una caratteristica che lo distingue da quasi tutte le altre crisi: non aspetta che risolviamo le precedenti. Continua a cambiare mentre discutiamo. Per questo occorre riportare l’Accordo di Parigi e la traiettoria degli 1,5 °C al centro dei grandi tavoli internazionali. Significa accelerare la decarbonizzazione dell’industria e dei trasporti, aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica, proteggere foreste ed ecosistemi e investire nella ricerca. Ma ormai significa anche adattarsi. Dobbiamo preparare città, infrastrutture, sistemi sanitari, agricoltura e gestione delle risorse idriche a condizioni climatiche che, almeno in parte, sono già cambiate.
Mitigazione e adattamento non sono più alternative. Sono due parti della stessa strategia. Il Mediterraneo, sulle cui rive è nata gran parte della nostra civiltà, oggi sta diventando una delle sentinelle più evidenti della trasformazione climatica del pianeta. Gli obiettivi climatici non sono diventati meno importanti. È diventato più breve il tempo che abbiamo a disposizione per raggiungerli. La domanda, ormai, non è più se il clima stia cambiando. I numeri ci hanno già risposto. La domanda è quanto ancora vogliamo aspettare prima di cambiare noi.
(*) Immagine in evidenza generata con IA
FONTI:
Copernicus Climate Change Service (C3S) – agosto 2026. Dati ERA5 sulla temperatura media globale dell’aria e degli oceani: agosto 2026 a 16,96 °C, +1,65 °C rispetto all’epoca preindustriale; temperatura superficiale media degli oceani extra-polari di 21,07 °C e record giornaliero di 21,11 °C. Record di temperatura anche nel Mediterraneo occidentale e diffuse ondate di calore marine forti o severe.
World Meteorological Organization (WMO) – State of the Global Climate e aggiornamenti 2026. Dati sulla temperatura media globale del 2025 (+1,44 °C rispetto al 1850-1900), sulla media 2023-2025 (+1,48 °C) e sulla sequenza degli undici anni più caldi mai registrati tra il 2015 e il 2025.
World Meteorological Organization – El Niño/La Niña Update, settembre 2026. Previsione di ulteriore rafforzamento dell’attuale El Niño fino a intensità molto forte e probabilità prossima al 100% della sua persistenza fino a febbraio 2027.
IPCC – Sixth Assessment Report, WGII, Cross-Chapter Paper 4: Mediterranean Region. Analisi dei rischi climatici nel Mediterraneo, definito hotspot di rischi climatici interconnessi; aumento della temperatura superficiale marina di circa 0,29-0,44 °C per decennio dall’inizio degli anni Ottanta; rischi per risorse idriche, ecosistemi, agricoltura, salute e aree costiere.
CNR – Istituto di Scienze Polari / Università Ca’ Foscari Venezia. Studio sull’evoluzione dei ghiacciai dolomitici e sulla progressiva frammentazione e possibile scomparsa dei ghiacciai delle Dolomiti nei prossimi decenni.