2026, Pensare globale

Le piante sono l’infrastruttura del futuro

Dalla visione di Stefano Mancuso alla sfida del verde urbano a Napoli: gli alberi tornano al centro della lotta alla crisi climatica

L’Italia sta entrando in una nuova normalità climatica. Negli ultimi anni le ondate di calore sono diventate sempre più frequenti, intense e durature. Secondo i dati elaborati dal Sole 24 Ore su base 3B Meteo, gli eventi estremi legati al caldo sono in costante crescita nelle principali città italiane. A Roma, durante le recenti ondate di calore, Greenpeace ha rilevato temperature superficiali superiori ai 50°C in aree fortemente urbanizzate come San Pietro, il Colosseo e la Stazione Termini.
Il problema non riguarda più soltanto il disagio estivo. Riguarda salute pubblica, consumi energetici, qualità della vita e resilienza delle città. Secondo ISPRA, Copernicus e Agenzia Europea dell’Ambiente, il Mediterraneo è oggi una delle aree più vulnerabili alla crisi climatica. Le città, soffocate da cemento, asfalto e scarsità di verde, trattengono sempre più calore e diventano ambienti climaticamente fragili.
Ed è proprio qui che emerge una delle grandi sfide del nostro tempo: ripensare il rapporto tra città e natura.
Esiste infatti una soluzione tanto semplice quanto rivoluzionaria che continuiamo troppo spesso a sottovalutare: piantare alberi. Può sembrare una risposta troppo semplice per affrontare una crisi complessa come il cambiamento climatico. Eppure gli alberi rappresentano una delle infrastrutture naturali più efficaci che abbiamo a disposizione. Non sono elementi decorativi né semplici arredi urbani: sono organismi viventi capaci di assorbire CO₂, migliorare la qualità dell’aria, abbassare le temperature e rendere le città più sane.
A ricordarcelo da anni è Stefano Mancuso, tra i più autorevoli studiosi al mondo nel campo della neurobiologia vegetale. Mancuso definisce le piante “la tecnologia più efficace che abbiamo contro il cambiamento climatico” e sostiene che le città del futuro dovranno essere progettate insieme alla natura e non contro di essa.


La necessità di una nuova infrastruttura verde
La crisi climatica sta imponendo anche un cambio di paradigma urbanistico e ingegneristico. Per decenni abbiamo considerato infrastrutture soltanto strade, parcheggi, edifici e reti tecnologiche. Oggi appare sempre più evidente che le città dovranno investire anche in una vera infrastruttura verde. Secondo la Strategia Europea per la Biodiversità 2030, l’Unione Europea punta alla piantumazione di almeno 3 miliardi di nuovi alberi entro il 2030, oltre al rafforzamento delle reti ecologiche urbane. Sul piano urbanistico, numerosi studi internazionali indicano nel 30% di copertura arborea urbana la soglia minima necessaria per mitigare efficacemente le isole di calore e migliorare il comfort climatico delle città.
I benefici sono concreti e misurabili. Ogni albero riesce ad assorbire mediamente tra i 10 e i 20 kg di anidride carbonica all’anno. Le aree urbane alberate possono registrare temperature fino a 6°C inferiori rispetto alle superfici completamente cementificate. Inoltre gli alberi trattengono polveri
sottili, riducono il rumore urbano, favoriscono la biodiversità e migliorano il benessere psicologico delle persone.
Una città con più alberi non è semplicemente più bella. È più resiliente, più vivibile e più umana.
Gli esempi che arrivano dal mondo In diverse parti del mondo questa trasformazione è già iniziata.
In Africa il progetto della Grande Muraglia Verde punta a riforestare una fascia lunga oltre 8.000 chilometri attraverso il Sahel per contrastare desertificazione, povertà e migrazioni climatiche.
In Cina il gigantesco programma di riforestazione della cosiddetta “Grande Muraglia Verde cinese” ha già portato alla piantumazione di miliardi di alberi per rallentare l’avanzata del deserto del Gobi.
Anche in Europa stanno nascendo esperienze significative. A Milano il progetto “ForestaMi” punta a piantare 3 milioni di alberi entro il 2030 nell’area metropolitana, mentre città come Parigi e Barcellona stanno trasformando interi quartieri attraverso corridoi verdi, tetti vegetali e de-impermeabilizzazione del suolo. Sono esperienze diverse, ma accomunate dalla stessa consapevolezza: le città non possono più essere progettate senza considerare la natura una vera infrastruttura pubblica.

La cultura della cura
Anche Carlo Petrini aveva compreso molto prima di altri che la sostenibilità non riguarda soltanto l’ambiente, ma il modo stesso in cui le comunità abitano il territorio. Attraverso Slow Food, Petrini ha costruito una visione fondata sulla tutela della biodiversità, dell’agricoltura locale, delle filiere corte e delle economie circolari. Una visione che oggi appare straordinariamente attuale davanti alla crisi climatica e sociale che stiamo vivendo. La sua recente scomparsa lascia un vuoto importante nel pensiero ambientalista, ma il suo messaggio resta profondamente vivo. Non a caso il motto storico di Slow Food “Pensa globalmente, agisci localmente” appare oggi più attuale che mai.
Anche il tema degli alberi e del verde urbano appartiene alla stessa cultura della cura: territori più resilienti, città più vivibili, relazioni più equilibrate tra uomo e natura.


Napoli e il difficile rapporto con il verde
Napoli rappresenta oggi uno dei casi più emblematici del rapporto complesso tra urbanizzazione, cambiamento climatico e verde urbano nelle città mediterranee. Secondo il rapporto Ecosistema Urbano 2025 di Legambiente e Ambiente Italia, il capoluogo campano dispone di appena 4 alberi ogni 100 abitanti, uno dei dati più bassi tra le grandi città italiane. La media nazionale si attesta invece intorno ai 24 alberi ogni 100 abitanti. Il dato napoletano non descrive soltanto una carenza quantitativa di alberature. Racconta soprattutto una precisa impostazione urbanistica che per decenni ha considerato il verde urbano marginale rispetto allo sviluppo edilizio e infrastrutturale. In una città caratterizzata da altissima densità abitativa, forte impermeabilizzazione del suolo e temperature estive sempre più elevate, la scarsità di alberi contribuisce ad aggravare il fenomeno delle isole di calore urbane.
Negli ultimi anni, però, qualcosa si è effettivamente mosso. Sotto l’amministrazione del sindaco Gaetano Manfredi e dell’assessorato al Verde guidato da Vincenzo Santagada, il Comune ha avviato un programma di riforestazione urbana finanziato anche attraverso fondi PNRR e risorse della Città Metropolitana. Secondo i dati ufficiali diffusi dal Comune di Napoli, sono stati messi a dimora circa 3.000 alberi e 800 arbusti, con ulteriori 3.700 alberi e 1.900 arbusti previsti entro la fine del 2025.
Nel 2026 è stato inoltre approvato il primo vero Regolamento del Verde nella storia amministrativa della città, introducendo criteri organici per tutela e manutenzione del patrimonio arboreo urbano. Sono segnali importanti che meritano di essere riconosciuti. Ma il tema del verde urbano non riguarda soltanto il numero degli alberi piantati. Riguarda soprattutto la capacità di costruire manutenzione costante, competenze tecniche e una nuova cultura della città. Per anni Napoli ha convissuto con pratiche spesso contestate da agronomi e associazioni ambientaliste: potature drastiche, alberi lasciati senz’acqua nei primi anni di vita, radici soffocate dal cemento, aiuole degradate o trasformate in parcheggi improvvisati.
La questione del verde urbano non può quindi essere affrontata esclusivamente come operazione estetica o numerica. Richiede pianificazione, continuità amministrativa e una visione di lungo periodo.
Perché in una città sempre più esposta agli effetti della crisi climatica, gli alberi non rappresentano un lusso ornamentale. Rappresentano salute pubblica, resilienza climatica e qualità della vita.
Come ricorda Stefano Mancuso, gli alberi non sono arredo urbano: sono infrastrutture viventi.
Ed è forse proprio questo il cambiamento culturale più urgente per Napoli e per molte città italiane: smettere di considerare la natura qualcosa di separato dalla città e iniziare finalmente a progettare lo spazio urbano insieme ad essa.

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