2026, Cultura e società

Lamont Young, l’architetto che sognò un altro futuro per Bagnoli

In questo periodo si parla della bonifica di Bagnoli in vista della Louis Vuitton America’s Cup del 2027. L’operazione serve anche a cancellare i danni ambientali che ha lasciato l’Ilva, che avvelenò acque, terreni e aria della zona per decenni. E ci sembra giusto ricordare la figura di Lamont Young che all’inizio del secolo scorso, con lungimiranza, sognò di trasformare Bagnoli in un polo turistico e balneare, piuttosto che industriale, in grado di attirare visitatori da tutto il mondo. Convinto che il turismo sarebbe stato il motore economico della Napoli del futuro. 

Young fu architetto, urbanista, imprenditore, inventore nonché fondatore dell’ACI di Napoli. Progettò edifici originali e per questo fu definito utopista e visionario. Ma i suoi studi anticiparono soluzioni urbanistiche che poi sarebbero state, in forme diverse, realizzate.

Nato a Napoli il 12 marzo 1851, era figlio di un funzionario scozzese dell’impero britannico, James Henry Young, e di Elisabeth Swinhoe, nata a Calcutta, che arricchitisi nelle colonie, si trasferirono a Napoli attratti dal clima. Si istallarono al Vomero, nell’area corrispondente al parco Grifeo, dove nacque Lamont. Studiò in Svizzera e Inghilterra e mantenne sempre la cittadinanza britannica. 

Definito un’anima divisa in due, anche per le origini anglo-napoletane, si mosse tra la continua ricerca dell’innovazione e la propensione ad uno stile pseudo-vittoriano o neo-gotico, insoliti per Napoli. L’architetto Giancarlo Alisio lo definì “figura pratica e idealistica allo stesso tempo, positivisticamente fiducioso nelle possibilità risolutrici della tecnica”. Ciò lo rese diverso da ogni altro intellettuale partenopeo di quegli anni e subì un certo isolamento. Soprattutto come urbanista, le cui idee pioneristiche furono accolte con scetticismo: immaginava una città libera dal traffico, in cui le infrastrutture si armonizzassero con l’ambiente naturale e ne esaltassero la bellezza.

Come architetto riuscì comunque a realizzare castelli ed edifici straordinari che ancora oggi stupiscono: Villa Curcio, Palazzina Grifeo, Istituto Grenoble, Hotel Bertolini, Chalet svizzero, Castello Aselmayer, Villa Ebe, nonchè alcuni palazzi del Parco Margherita e del Rione Amedeo.

Al contrario i suoi progetti urbanistici rimasero sulla carta. Nel 1874, a soli 23 anni, partecipò ad un bando del Comune di Napoli per le tramvie a cavallo, proponendo un progetto di metropolitana all’avanguardia. Se realizzata, avrebbe anticipato quella di Londra (1890) di diversi anni. Ipotizzò due percorsi che avevano lo snodo a Bagnoli: la linea superiore collegava il centro storico, che giudicava insalubre e sovrappopolato, con Fuorigrotta, Posillipo, Vomero, Mergellina, mentre quella inferiore seguiva lo stesso percorso in senso inverso. La tratta era in parte scoperta e in parte sotterranea, e contemplava viadotti in ferro, trafori e un innovativo ascensore a vapore con cabine di prima e seconda classe che scendevano nella collina di tufo di Posillipo, superando un dislivello di 162 metri.

Scrisse Alisio: Young “prevede per Napoli un ampliamento urbano dinamico, respingendo l’espansione a macchia d’olio e gli sventramenti del centro antico mediante rettifili e radicali demolizioni. Napoli non va sfigurata ma ripensata”.

Il Comune pur giudicando il suo progetto “inutile e costoso“ lo approvò nel 1888 concedendogli, però, solo sei mesi di tempo per trovare i quaranta milioni di lire necessari. Young “da privilegiato suddito britannico – scrive lo storico Francesco Barbagallo – non credeva all’intervento pubblico nell’economia” e prediligeva l’iniziativa privata. Ma i suoi tentativi di trovare finanziamenti fallirono.

Lo stesso accadde ad uno dei suoi progetti più ambiziosi: il Rione Venezia doveva sorgere su un piccolo arcipelago di isolotti artificiali davanti la costa tra Posillipo e Bagnoli, con canali, laghi, giardini e ville. Anche se l’idea di creare un quartiere tramite delle colmate a mare non appare ambientalista, all’epoca era pratica comune: via Caracciolo e via Santa Lucia furono realizzate in questo modo. E in ogni caso progettava di riutilizzare i materiali di scavo del tunnel tra Posillipo e Bagnoli, che avrebbe reso il progetto più sostenibile economicamente. Inoltre, a differenza del 75 % di suolo edificabile che il Comune assegnava ai nuovi quartieri, i suoi progetti occupavano solo un quarto della superficie.

Il rione Venezia sarebbe stato strettamente collegato al nuovo rione Flegreo da costruire a Bagnoli che per Young sarebbe dovuta diventare una meta turistica d’avanguardia, collegata ai servizi di un’autentica capitale moderna. Il Rione Flegreo era una opportunità, non un luogo sul quale speculare con casermoni e colate di cemento: i palazzi sarebbero stati circondati da pinete e giardini, alberghi di lusso, bagni termali, stabilimenti balneari, aree espositive, giardino zoologico e negozi.

Young scrisse: “Napoli sarebbe la villeggiatura delle provincie meridionali e settentrionali d’Italia, ma sarebbe pure il ritrovo e la villeggiatura di Europa tutta”.

Ma, al solito, il Comune gli diede pochissimo tempo prima che il terreno di Bagnoli fosse messo all’asta. Cosa che accadde: una grande impresa ligure l’acquistò per un prezzo irrisorio istallando nell’area uno dei più grandi impianti siderurgici d’Europa. Il Comune dell’epoca fu forse poco lungimirante o piuttosto corrotto, come già aveva decretato l’inchiesta parlamentare Saredo: i risultati pubblicati nel 1901 avevano descritto una grave situazione di corruzione, clientelismo, inefficienza. 

La rivoluzione urbanistica che aveva in mente Young non si fermava alla realizzazione dei due nuovi quartieri nel lungomare tra Posillipo e Bagnoli ma partiva dal monte Echia, per il quale progettò il Palazzo di Cristallo (immenso albergo in stile indiano con spazi per concerti, congressi, scienze, arti) per arrivare all’isola di Vivara dove realizzò la “Casa girevole”, oggi ridotta ad un rudere, che non girava ma permetteva di seguire il panorama girando al suo interno.

Nel 1929 Young morì misteriosamente nella sua ultima dimora, Villa Ebe. Si ipotizzò che si fosse suicidato. Non lasciò alcuna spiegazione e comunque sembra difficile che lo fece perché deluso dalle difficoltà che i suoi progetti incontravano. Anche se si sentì sempre un corpo estraneo nel tessuto produttivo di Napoli, ha lasciato edifici tra i più visionari e avveniristici. Come afferma Alisio, la città resta segnata dalla sua “inconfondibile presenza”.

La sua filosofia di vita e di lavoro è chiara nell’introduzione al documento che presentò al Comune per un suo progetto: “Non mi sono voluto basare sopra una semplice speculazione di compra-vendita di suoli, che attualmente forma, per disgrazia dei Napoletani, il sostrato su cui si poggiano coloro i quali hanno fatto proposte per l’ingrandimento perimetrale della città: ho dovuto mirare principalmente a provvedere Napoli di tutto quello di cui ora manca”.

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