Spesso si cita e si critica l’omologazione e la propaganda di molto dibattito culturale più o meno social, salvo poi affannarsi, in maniera egotica, a riservarsi un posto da protagonisti, dove perdurare senza cedimenti spaziali o temporali. Questo rende faticosa la credibilità agli occhi degli altri, in particolare delle generazioni più giovani. Nondimeno, voglio menzionare due percorsi in controtendenza nell’ambito del Campania Teatro Festival 26.
Innanzitutto la produzione di Roberto Andò e Renato Carpentieri, che nell’Ultimo nastro di Krapp/Press conference, nel sottotesto, ricrea e racconta l’amicizia e la scuola tra Beckett e Pinter, il lavoro di scrittura teatrale condivisa, anche nel dissenso, quello che chi ha onestà intellettuale non “ficca sotto il letto” come fa il sedicente ministro della cultura di Pinter o fanno analoghi attuali epigoni, di cui abbiamo avuto rappresentazioni in vicende reali e più recenti.
La capacità di incontro generazionale, che fa scuola, ha un valore centrale: un omaggio alla capacità di riconoscimento delle generazioni più giovani e di generosità di quelle precedenti, figurato mirabilmente anche dalla presenza del giovane attore in boccio, accanto al Maestro Carpentieri. Si tratta di un tema caro al regista che lo ha svolto anche nel film dedicato al pittore Scianna, dove celebra il dono ricevuto della sua amicizia feconda.
La capacità di trasformazione e partecipazione supera la solitudine dello scrittore Krapp e ci proietta in una dimensione dove oltre l’io possa trovarsi una modalità di fare arte. Un ponte generazionale diverso, ma efficace nella sua energia spiazzante é il lavoro a dissolvenze con cui Arturo Cirillo fonde due pezzi teatrali di Enzo Moscato datati anni ‘80 e ne costruisce una produzione tutta giovane di Quindici ragazzə con qualche esperienza.
Nel lavoro drammaturgico i personaggi diventano cori e le sfumature locali assumono l‘universalità della voce collettiva: Cirillo realizza efficacemente, come hanno scritto, un “teatro del noi”. Vale un testimone faticoso, duro, quasi un “a coloro che verranno”lasciato a una generazione giovane, che lo accoglie e reinterpreta con serietà, professionalità e anche con la capacità di incanto di lasciare intravvedere l’oltre. La risolutezza di un messaggio difficile che il regista condivide con i giovani allievi della Scuola Teatro del Mercadante rimanda alle scene finali del romanzo Platone di Nucci, dove gli allievi si interrogano sulla continuità dei dialoghi, del pensiero, delle potenzialità da portare a compimento.
Si tratta in entrambi i lavori di un movimento nella distanza, prezioso, che va protetto dalla orizzontalità liquida e diffusa, nella consapevolezza che possa generare ideazione e strada. Affinità, divergenza, capacità visionaria.
In ultimo, in dialogo tra due modi di realizzare una scuola intergenerazionale dedico un cenno a una modalità ulteriore, più sotterranea, non meno salda: il lavoro solido, quotidiano, di una generazione di mezzo, in cui riconosco la mia, come quello di Annalisa d’Amato, capace di farsi voce e collaborazione, di esserci completamente senza la necessità di occupare la ribalta. Una presenza di leggerezza impalpabile, non per fragilità, ma per l’urgenza di custodire la scuola e la scansione del movimento, di armonizzare la partitura e farsene una eco in un flusso potentemente creativo, pure nella sottrazione.