2026, Voci dai territori

Bagnoli e la colmata: che fare? – Parte 2

Nel dibattito sul futuro di Bagnoli si tende spesso a discutere della forma della colmata: come sistemarla, come coprirla, come trasformarla in parco o piazza a mare. Ma le carte tecniche raccontano una storia diversa. Il problema principale non è ciò che si vede in superficie, ma ciò che accade sotto, nel rapporto tra la colmata, la falda e il mare.

Le mappe dei sedimenti marini elaborate da ISPRA mostrano con grande chiarezza una zona di contaminazione molto elevata davanti alla colmata. In quelle carte compare una fascia di colore rosso, che indica concentrazioni di inquinanti enormemente superiori ai limiti di legge, in alcuni casi anche di ordini di grandezza superiori. Questa anomalia non è casuale.

È il risultato della combinazione tra due fattori. Il primo è noto: l’area industriale di Bagnoli ha prodotto per decenni contaminazione del suolo e della falda: una parte di questa falda inquinata continua naturalmente, inesorabilmente a muoversi verso il mare. Il secondo fattore è la presenza della colmata: il materiale con cui è stata realizzata contiene scorie, riempimenti industriali e sedimenti contaminati. Quando la falda attraversa i ventuno ettari di questa massa artificiale, entra in contatto con una concentrazione di inquinanti ancora maggiore e si carica ulteriormente di sostanze tossiche.

È per questo che proprio davanti alla colmata si registra il livello più alto di contaminazione nei sedimenti marini. Non perché il mare sia più esposto, ma perché la colmata funziona come una spugna avvelenata che attraversata rilascia nel tempo ciò che contiene. Questo dato cambia completamente il senso delle scelte progettuali. Mantenere la colmata significa accettare che questo fenomeno continui. Per impedirlo, diventa necessario costruire opere di contenimento sempre più complesse: palancolate di quaranta metri che compongono muri di confinamento lunghi un chilometro e quattrocento metri, sistemi di drenaggio, barriere idrauliche, sistemi di pompaggio, condotte, depuratori, scarichi. Si parla di strutture che arrivano a decine di metri di profondità, pensate per intercettare la falda prima che raggiunga il mare.

Ma opere di questo tipo non sono una soluzione definitiva: sono sistemi che devono funzionare per sempre. Significa manutenzione continua, controllo permanente, costi crescenti nel tempo. Significa trasformare un tratto di costa in un’infrastruttura tecnica che non potrà mai essere considerata davvero risanata.

A questo si aggiunge un altro paradosso. Se sopra la colmata si realizza una grande piattaforma verde, con terra riportata, impianti, irrigazione e strutture di supporto, si crea un secondo livello di artificialità che si somma al primo. Sotto, un sistema di contenimento della contaminazione. Sopra, un sistema di gestione del verde artificiale. Due macchine complesse che devono funzionare contemporaneamente, e che non possono fermarsi mai. È difficile immaginare una contraddizione più evidente con l’obiettivo dichiarato per Bagnoli, che per decenni è stato quello di restituire alla città una spiaggia, un parco costiero, un rapporto diretto con il mare. Una rigenerazione che tenda a ripristinare la natura in coerenza con le Direttive europee.

La vera alternativa non è tra colmata verde e colmata grigia. La vera alternativa è tra mantenere un sistema artificiale permanente o rimuoverne la causa.

Le carte di ISPRA, con quella lunga macchia rossa davanti alla costa, ci ricordano che la questione non riguarda l’estetica del paesaggio, ma la sua struttura profonda. Finché la colmata resta, il problema resta. E ogni soluzione che si limita a coprirla rischia di essere, ancora una volta, un ornamento sopra una ferita che continua a lavorare sotto.

(Le immagini sono tratte da Google Earth e sono riprodotte puramente a scopo informativo e scientifico)

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *