Ornamento e territorio. Perché il terracing della colmata non è una soluzione
Nel celebre saggio “Ornamento e delitto”, Adolf Loos poneva una distinzione destinata a segnare profondamente la cultura architettonica del Novecento: la differenza tra ciò che appartiene alla struttura delle cose e ciò che viene aggiunto come ornamento. La forma, per Loos, nasce dall’organizzazione interna delle cose; l’ornamento, invece, è solo ciò che si sovrappone, che riveste, che copre senza trasformare davvero.
La discussione che si è riaperta in queste settimane sul futuro della colmata di Bagnoli sembra riproporre, su scala territoriale, lo stesso dilemma. L’ipotesi di trasformare la colmata in una grande piazza-giardino a mare, attraverso un sistema di grandi aiuole e terrazzamenti verdi che coprano la piattaforma in corso di realizzazione, appare a prima vista una soluzione suggestiva. Restituire un’immagine di parco, prolungare il verde, costruire una continuità paesaggistica con il litorale: sono obiettivi condivisibili. Ma proprio qui sta il problema.
Questa operazione rischia di essere un gigantesco ornamento, non una vera trasformazione in chiave di rinaturalizzazione, restituzione alla natura dei venti ettari della colmanta. La colmata non è una superficie neutra da ridisegnare. È un manufatto industriale costruito con materiali di riporto, in parte contaminati, nato per esigenze produttive e non certo per un progetto di paesaggio. Coprirla con uno strato di terreno, modellarla con terrazzamenti, piantarvi arbusti e qualche albero significa intervenire sull’aspetto, non sulla sostanza.
È la differenza tra dare forma a un corpo e vestirlo con un costume. Un giardino costruito sopra una piattaforma sigillata resta una piattaforma sigillata. Il verde, in questo caso, non nasce dal suolo, ma da un sistema artificiale fatto di teli, riporti, drenaggi, irrigazione e manutenzione continua. Non è un paesaggio costiero restituito alla città, ma una grande copertura scenografica sopra un deposito industriale. Il rischio non è solo simbolico, ma anche tecnico ed economico.
Un parco o giardino che dir si voglia, di oltre venti ettari, costruito sopra una struttura impermeabilizzata, esposta al vento, alla salsedine, alle mareggiate e all’innalzamento del livello del mare, richiede costi di gestione permanenti e crescenti nel tempo. Non risolve il problema, lo rinvia, trasferendolo alle generazioni future. Ma il punto più delicato riguarda il significato urbanistico ed ecologico dell’intervento.
Per decenni la pianificazione ha indicato un obiettivo chiaro: rigenerare Bagnoli restituendole il mare, ricostruendo la spiaggia, realizzando un grande parco costiero, oggi dalla gente meglio definito “bosco”. La trasformazione della colmata in una terrazza verde stabilizza invece la sua presenza e la rende definitiva. Non è una continuità del parco, ma la rinuncia alla sua origine. In questo senso il terracing della colmata rappresenta una scelta culturale prima ancora che progettuale: accettare il relitto industriale e cercare di renderlo più gradevole, invece di rimuoverlo e ricostruire la forma naturale della baia.
Loos ci ha insegnato che l’ornamento non è innocente. Quando diventa sostituto della trasformazione reale, rischia di nascondere i problemi invece di risolverli. Nel caso di Bagnoli la questione è esattamente questa: vogliamo ornare, apparecchiare i ventuno ettari della colmata, o vogliamo curare il territorio per restituirlo progressivamente ai cicli della natura?
La differenza non è estetica. È una scelta sul destino della piana di Bagnoli, del golfo e sul rapporto tra città, natura e memoria industriale.
(Le immagini sono tratte da Google Earth e sono riprodotte puramente a scopo informativo e scientifico)