C’è un tempo lungo, quasi immobile, che ha avvolto il Parco dei Camaldoli. Oltre dieci anni di interdizione, di cancelli chiusi e promesse sospese, in una città dove il rapporto tra comunità e natura resta spesso fragile, intermittente. E poi c’è un tempo nuovo, ancora incerto ma concreto, fatto di incontri, sopralluoghi, decisioni condivise. È dentro questo secondo tempo che oggi si intravede uno spiraglio.
Il Forum di ascolto partecipato del Parco delle Colline di Napoli – tornato attivo negli ultimi anni grazie alla spinta dal basso di realtà come Gente Green APS e le esperienze radicate nella Selva e nella Masseria di Chiaiano – ha rimesso al centro l’ambito dei Camaldoli. Un’area vasta, circa 133 ettari, che non è solo parco urbano ma anche cuore di biodiversità riconosciuta a livello europeo, inserita nella rete “Natura 2000” come sito di interesse comunitario e zona di protezione speciale.
Qui il principio “pensare globale, agire locale” trova una delle sue traduzioni più concrete. Perché la crisi climatica, la perdita di biodiversità, il rischio incendi non sono astrazioni: si manifestano nei versanti abbandonati, negli sversamenti illegali, nella mancata manutenzione dei boschi urbani. E si affrontano, prima di tutto, con presidio civico e capacità di costruire alleanze. Il Forum oggi mette insieme circa trenta soggetti tra associazioni, imprese locali, tecnici e cittadini attivi. Un laboratorio civico che ha avuto il merito di riportare l’attenzione su criticità storiche e, soprattutto, di trasformarle in proposte operative. Tra le realtà più attive, l’associazione Agrifoglio, guidata da Leonardo Dell’Annunziata, continua il lavoro avviato da Francesco Luccio e dall’esperienza di Asfodelo: un presidio volontario che da oltre vent’anni cura un’area botanica ai piedi del Viale Privato RAI, sul versante di Soccavo.
Da qui è partita l’istanza condivisa dal Forum, indirizzata al Comune di Napoli e agli enti coinvolti nella gestione del parco. La risposta istituzionale, questa volta, non si è fatta attendere. Nella Sala Pignatiello di Palazzo San Giacomo si è aperto un confronto che ha visto seduti allo stesso tavolo amministrazione comunale, Ente Parco e rappresentanti del territorio.
Un passaggio non scontato. Per anni il progetto di riqualificazione, finanziato con fondi della Città Metropolitana, era rimasto bloccato dall’assenza del piano di gestione forestale, documento obbligatorio per le aree boschive pubbliche. Un nodo tecnico che si era trasformato in immobilismo amministrativo. La novità emersa è significativa: gli ingressi a carattere urbano – Camaldolilli e Sant’Ignazio da Loyola – potranno essere riqualificati anche senza quel piano, consentendo di sbloccare almeno una parte degli interventi. Non è la soluzione definitiva, ma è un primo passo concreto. Al tempo stesso, sono state affrontate alcune criticità urgenti: la prevenzione degli incendi e la messa in sicurezza del Viale Privato RAI, da anni teatro di sversamenti illegali, spesso con materiali pericolosi. Questioni che non riguardano solo il decoro, ma incidono direttamente sulla sicurezza ambientale e sanitaria.
Non è solo educazione ambientale. È manutenzione quotidiana, è prevenzione. In anni segnati da incendi sempre più frequenti, la presenza costante dei volontari ha rappresentato una vera barriera contro il degrado e il fuoco. Un esempio concreto di come la cura dei territori passi anche – e soprattutto – da chi li vive.
Il percorso ha avuto un ulteriore momento operativo con il sopralluogo del 13 aprile, che ha coinvolto tecnici comunali, rappresentanti del Forum e soggetti presenti nell’area, tra cui la RSA ospitata nell’ex monastero della Visitazione. Un lavoro sul campo necessario per tradurre le intenzioni in soluzioni concrete. E infine, il 16 aprile, un risultato atteso: la definizione della pedonalizzazione del tratto interessato, con competenza affidata alla Municipalità, installazione di un cancello, sistemi di videosorveglianza e interventi di ripristino dell’asfalto e delle infrastrutture. Misure semplici, quasi banali, ma decisive per interrompere il ciclo degli sversamenti e restituire dignità a un’area strategica del parco.
Non è una vittoria definitiva. È, piuttosto, un segnale. Un “piccolo grande successo”, come lo definiscono i protagonisti del Forum, che dimostra come la partecipazione civica possa incidere davvero quando riesce a dialogare con le istituzioni senza rinunciare alla propria autonomia.
Il Parco dei Camaldoli resta un luogo fragile, sospeso tra tutela e abbandono. Ma ciò che sta accadendo indica una direzione: quella di una governance condivisa, capace di tenere insieme visione ecologica e azione concreta. Perché la transizione ecologica, nei territori, non si misura nei grandi annunci ma nella capacità di riaprire un sentiero, mettere in sicurezza una strada, prevenire un incendio. E, soprattutto, nel costruire comunità attorno a questi gesti. Napoli, ancora una volta, offre una lezione: la cura dei beni comuni non è delegabile. Ma quando cittadini attivi e istituzioni trovano un terreno comune, anche dieci anni di chiusura possono iniziare a incrinarsi.