Non è più solo una questione di estate anticipata o di ondate di calore eccezionali. Il punto, oggi, è la forma stessa delle città. L’asfalto che si espande, il verde ridotto a elemento decorativo, i percorsi pedonali interrotti o esposti senza protezione raccontano una trasformazione silenziosa ma costante: le città italiane stanno diventando superfici che accumulano calore invece di dissiparlo.
È da Napoli che prende avvio la seconda edizione della campagna nazionale di Legambiente “Che caldo che fa! Contro la cooling poverty: città + fresche, città + giuste”, realizzata insieme a RSE – Ricerca sul Sistema Energetico e Croce Rossa Italiana, nell’ambito della campagna europea Cities, not saunas. Una scelta che non è simbolica, ma strategica: leggere le periferie urbane come osservatorio prioritario della crisi climatica.
Alla vigilia della Giornata nazionale delle periferie urbane, Napoli diventa così un laboratorio urbano dove la crisi climatica si intreccia con le disuguaglianze sociali, economiche e infrastrutturali.
Cooling poverty: il caldo come disuguaglianza urbana
Il cuore della campagna è il concetto di cooling poverty, la povertà di raffrescamento: non solo difficoltà nell’uso di climatizzatori o sistemi di raffreddamento domestico, ma incapacità strutturale di vivere spazi urbani e abitativi a temperature sicure durante le ondate di calore.
Un fenomeno che si somma alla povertà energetica, arrivata secondo i dati OIPE al 9,1% delle famiglie italiane, e che si concentra soprattutto nelle periferie urbane del Mezzogiorno, dove fragilità edilizia, redditi bassi e assenza di servizi amplificano l’esposizione al caldo estremo.
Napoli e San Pietro a Patierno: quando la città diventa superficie termica
Il caso di San Pietro a Patierno, periferia nord di Napoli, rende evidente questa dinamica. Il monitoraggio condotto da Legambiente e RSE su 36 punti di interesse mostra che oltre il 64% degli spazi analizzati è completamente esposto al sole nelle ore più calde.
Le termografie registrano valori estremi: fino a 63,9°C sulle superfici asfaltate dell’area giochi del Parco IV Aprile e 36,5°C di temperatura ambientale in via Casoria. Nei pochi punti ombreggiati, le temperature scendono anche del 60%, confermando un dato ormai centrale nelle politiche urbane contemporanee: l’ombra è una infrastruttura climatica tanto quanto il verde o l’acqua.
Il quadro si completa con la rete dei servizi: ambulatori, uffici postali, CAF, fermate del trasporto pubblico e attività di prossimità risultano spesso esposti al sole nelle ore critiche. In particolare, 9 fermate su 10 sono prive di pensiline, mentre risultano limitate anche le infrastrutture blu, con appena tre fontanelle rilevate nell’area.
Il flash mob a Largo Berlinguer e la domanda politica sulla città
Il lancio della campagna è stato accompagnato da un flash mob a Largo Berlinguer, dove cittadini e attivisti hanno messo in scena gesti quotidiani di resistenza al caldo estremo: bacinelle d’acqua, misurazioni della pressione, momenti di raffrescamento improvvisato. Un’azione simbolica che ha trasformato lo spazio pubblico in una rappresentazione diretta della “cooling poverty”.
Nel corso della campagna, Mariateresa Imparato, responsabile Giustizia Climatica di Legambiente, ha ricordato come il fenomeno non possa più essere affrontato con misure emergenziali: “Contro il caldo estremo che si manifesta già da inizio estate non bastano interventi temporanei. È necessario che il Governo stanzi risorse affinché i comuni possano adottare strategie strutturali di adattamento climatico. Serve agire su verde urbano, ombra, spazi pubblici, acqua accessibile, mobilità sostenibile e riduzione delle isole di calore, senza lasciare indietro nessuno, soprattutto nei quartieri più vulnerabili”.
Un approccio che si intreccia con la lettura tecnica fornita da Francesca Bazzocchi, responsabile del Gruppo di Ricerca “Uso efficiente dell’energia” di RSE, secondo cui “la povertà energetica nelle periferie urbane si manifesta con particolare intensità durante le ondate di calore, aggravata da edilizia obsoleta e carenza di servizi. Senza una reale territorializzazione degli interventi, il rischio è quello di progettare politiche inefficaci, lontane dai bisogni reali dei quartieri”.
Le cinque direttrici per città più fresche e più giuste
A partire dai dati raccolti a Napoli, la campagna individua alcune priorità di intervento che vanno oltre la gestione emergenziale del caldo e si collocano dentro una strategia urbana di adattamento climatico:
l’adozione di una Strategia comunale di adattamento climatico, con la creazione di un Ufficio Clima in grado di coordinare interventi nei quartieri più vulnerabili; la costruzione di una consulta del verde urbano e l’introduzione di superfici permeabili e materiali urbani a minore accumulo termico; l’integrazione tra PUC e Piano del Verde Urbano, con una priorità esplicita alla forestazione urbana e alle infrastrutture verdi e blu; la realizzazione di una rete diffusa di rifugi climatici di prossimità, spazi pubblici e servizi climatizzati per le fasce più fragili; e infine l’attivazione, a livello regionale, di un piano di welfare climatico capace di integrare politiche sociali e ambientali.
Una città che misura le disuguaglianze in gradi
Il contesto napoletano rafforza la lettura della campagna. Le temperature medie sono aumentate di quasi 2°C rispetto al periodo storico, le notti tropicali sono in crescita e la differenza tra aree urbane densamente costruite e zone vegetate arriva fino a 5,7°C. A questo si sommano disuguaglianze economiche profonde, con redditi che in quartieri come San Pietro a Patierno restano significativamente sotto la media cittadina.
Il risultato è una città che non è solo più calda, ma anche più stratificata dal punto di vista sociale e climatico.
Dal caldo alla giustizia urbana
La campagna “Che caldo che fa!” rilancia infine una domanda che attraversa tutto il dibattito sulle città contemporanee: chi ha diritto alla città quando la città diventa climaticamente ostile?Perché il caldo, oggi, non è più soltanto un fenomeno atmosferico. È un indicatore urbano, una
infrastruttura invisibile che distribuisce vulnerabilità, e sempre più spesso una misura concreta della giustizia sociale.
