MATTARELLA E LA BIODIVERSITÁ
C’ero il 24 settembre al Teatro Regio di Torino per l’inaugurazione di Terra Madre di Slow Food. E non nascondo che, a un certo punto, le parole mi hanno preso alla gola. Una dopo l’altra. Come succede quando ti trovi nel punto giusto della storia, proprio mentre la storia accade.
Terra Madre Salone del Gusto compie sedici edizioni. Sedici volte in cui il mondo del cibo, dell’agricoltura, della biodiversità e delle comunità si ritrova a Torino per ricordarci una cosa che, forse, abbiamo dimenticato: il futuro non si costruisce soltanto nei laboratori, nelle borse, nei ministeri o nei grandi vertici internazionali. Si costruisce anche con le mani nella terra. Con un seme. Con un pane. Con un pescatore che continua a uscire in mare. Con un contadino che conserva una varietà antica invece di sostituirla con quella più redditizia. Con una comunità che decide che un territorio non è una merce da consumare, ma una casa da custodire. È questo, in fondo, Terra Madre.
Al Teatro Regio con le millecinquecento delegate e delegati arrivati da ogni parte del pianeta c’erano la presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini, il presidente internazionale di Slow Food Edward Mukiibi, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, l’Ambasciatore britannico con la lettera di Re Carlo. E poi il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Barbara Nappini ha detto loro una frase semplice, ma enorme: «Siete la prova che esiste un’altra idea di mondo». Mi è rimasta dentro. Perché non era una frase da inaugurazione. Non era l’ennesimo auspicio sul futuro sostenibile. Era il riconoscimento di una realtà che esiste già. Esiste nelle campagne, nei piccoli allevamenti, nelle comunità del cibo, nei mercati, nelle cucine, nei territori marginali. Esiste ogni volta che qualcuno sceglie di non arrendersi all’idea che l’unico modello possibile sia quello della quantità, della velocità, della standardizzazione. Ed è qui che Terra Madre continua ad essere rivoluzionaria. Non perché prometta di cambiare il mondo domani. Ma perché da trent’anni dimostra che un altro modo di stare al mondo è già possibile.
Mattarella, nel suo intervento, ha riportato questa riflessione alla sua dimensione più concreta. Ha parlato della biodiversità come di un patrimonio enorme, capace di proteggere la salute umana e, se non viene difeso, di andare incontro a una drammatica compressione. Ha richiamato la definizione di Carlo Petrini: la biodiversità come chiave della nostra sopravvivenza. E proprio Carlo Petrini è stato, più volte, ricordato e citato durante la cerimonia. Lo confesso: in quei momenti mi sono commosso. Perché Carlin non è soltanto il fondatore di Slow Food. Per chi, come me, ha attraversato decenni di battaglie ambientaliste, culturali e territoriali, è una parte della nostra storia. Nel tempo ho avuto anche il piacere di conoscerlo e di cenare con lui. Una voce che abbiamo ascoltato con attenzione tante volte. Una persona che ha avuto il coraggio, quando ancora sembrava quasi una follia, di mettere il cibo al centro della politica, dell’ambiente, dell’economia e della vita delle comunità. Sentirlo ricordare al Teatro Regio, dentro una sala piena di persone arrivate da ogni parte del mondo, ha avuto per me un sapore particolare. È stato come ritrovare un pezzo di strada. E forse anche per questo le parole di Mattarella mi hanno colpito così profondamente. «Alla terra occorre voler bene». Quella frase mi ha portato indietro di venticinque anni. A quando ero corresponsabile nazionale della campagna di Legambiente Salvalarte, la campagna per la tutela dei beni culturali e il suo slogan era «Voler bene all’Italia». Erano anni in cui giravamo l’Italia per accendere i riflettori su patrimoni dimenticati, piccoli musei, luoghi della cultura, monumenti e beni che rischiavano di essere abbandonati, consumati dall’incuria o semplicemente dimenticati. Allora parlavamo soprattutto di patrimonio culturale. Oggi parliamo sempre più spesso di biodiversità. Ma il filo, a pensarci bene, è lo stesso. Prendersi cura. Prendersi cura di ciò che abbiamo ricevuto e che non ci appartiene soltanto. Perché un bene culturale, come un paesaggio, un seme antico, un bosco, una costa o una comunità agricola, non è semplicemente qualcosa da conservare sotto una teca. È qualcosa da mantenere vivo. E forse è proprio questo che significa voler bene alla Terra. Non una dichiarazione sentimentale. Una responsabilità. Voler bene alla terra significa voler bene a noi stessi. Ma significa soprattutto voler bene a chi verrà dopo di noi. Il Presidente ha parlato anche di responsabilità. Quella che viene dal basso, dalla partecipazione delle persone, e quella che viene dall’alto, dalle istituzioni. È un passaggio fondamentale. Perché non possiamo chiedere soltanto ai cittadini di cambiare le proprie abitudini se poi le politiche pubbliche continuano a premiare consumo di suolo, spreco di risorse, agricoltura intensiva, omologazione alimentare e consumo senza limite. E non possiamo neppure aspettare che siano soltanto le istituzioni a salvarci. La transizione, quella vera, nasce quando le due cose si incontrano. Quando una comunità si organizza, un produttore resiste,un consumatore sceglie, un’amministrazione ascolta. Quando la politica finalmente comprende che la biodiversità non è un ornamento culturale, ma una questione economica, ambientale e sociale.
Seduto in platea, inevitabilmente, ho pensato a Napoli. Ho pensato alla nostra Slow Food Napoli. Alla Comunità Slow Food Napoli Extra Moenia. Al nuovo patto tra produttori, cittadini e panificatori che difendono il pane tradizionale. Ai Mercati della Terra. Alle persone che continuano a custodire saperi che rischierebbero di scomparire. E ho pensato al camminare lento, alle Scale di Napoli e a quel modo diverso di attraversare una città: senza consumarla, ma lasciandosi il tempo di ascoltarla, incontrarla, conoscerla. Anche questo, per me, è prendersi cura di un territorio.
Ma Terra Madre non è soltanto il Teatro Regio. Fino al 27 settembre, Torino diventa una grande casa della biodiversità e delle comunità del cibo. Le sue piazze e i suoi luoghi più belli si riempiono di incontri, laboratori, degustazioni, esposizioni, produttori, Presìdi, comunità e idee. Si assaggia, si impara, si discute, si conoscono persone che arrivano dall’altra parte del mondo e altre che difendono un pezzo di territorio a pochi chilometri da casa. È una grande festa, certo. Ma è soprattutto un laboratorio a cielo aperto. Un luogo dove le idee diventano pratiche e dove il cibo torna ad essere quello che è sempre stato: cultura, economia, agricoltura, ambiente, relazione. E magari anche uno degli strumenti più semplici che abbiamo per cominciare a cambiare il mondo. Perché il mondo non cambia soltanto nei grandi palazzi. Cambia anche nelle piazze.
Seduto in quella platea, ho pensato che l’alleanza di cui parlava Mattarella non è affatto un concetto astratto. È già qui. È nelle persone che decidono di prendersi cura di un pezzo di mondo. Un pezzo piccolo, magari. Ma proprio per questo concreto. È questa la grande lezione che Terra Madre e Carlin continuano a consegnarci. Non esiste un territorio da salvare senza persone disposte ad amarlo. E non esiste biodiversità senza diversità umana, culturale, agricola, alimentare. Per questo è importante che Terra Madre continui ad esistere. Perché mentre tutto intorno sembra spingerci verso un mondo sempre più uguale — gli stessi prodotti, le stesse catene, gli stessi sapori, gli stessi modelli di consumo — qui migliaia di persone da tutto il mondo vengono a raccontare il contrario: raccontano che la differenza è una ricchezza. Che la lentezza può essere una scelta. Che la qualità può essere una forma di resistenza. Che il cibo può essere cultura. Che un mercato può essere una comunità. Che un produttore può essere un custode. Che un territorio non è soltanto una destinazione turistica. È una storia. È memoria. È futuro.
Arcigola, Slow Food, Salone del Gusto, Terra Madre: Mattarella li ha definiti «pagine di un libro che ha saputo unire tradizione e creatività», rispetto, conoscenza e riscoperta delle radici. Un libro ancora aperto. Ed è forse questa la cosa che più mi ha emozionato oggi. Dopo tanti anni siamo ancora dentro quella storia. E non torno a casa con la sensazione di aver semplicemente assistito a una bella iniziativa.
Torno a casa con entusiasmo. Con nuove idee, qualche domanda in più e soprattutto con la voglia di rimboccarmi le maniche. Perché essere assieme millecinquecento persone arrivate da ogni parte del mondo, sentire parlare di biodiversità, comunità, agricoltura, cibo, pace e futuro, ti ricorda che le cose possono ancora cambiare. E che, in fondo, il nostro compito è molto semplice: continuare a provarci.
Si ricomincia!



