Ero in via Partenope, alla sede dell’Ordine dei Giornalisti della Campania. Una conferenza stampa come tante, si potrebbe dire. E invece no.
Si parlava di Leguminosa, l’iniziativa di Slow Food Campania che il prossimo weekend, l’11 e il 12 aprile, animerà la Stazione Marittima. Ma a un certo punto ho avuto la sensazione che non si stesse parlando solo di legumi. Si stava parlando di come, quasi senza accorgercene, una città che ha fatto della cucina un linguaggio, una relazione, una forma di vita, stia scivolando verso qualcosa di diverso.
Il cibo è diventato ovunque. Ma non sempre è più vissuto. È fotografato, esposto, raccontato, consumato velocemente. Sempre più spesso è cibo-souvenir: qualcosa da prendere, mostrare e portare via. Non qualcosa in cui riconoscersi.
E mentre ascoltavo gli interventi – tra cui quello di Patrizia Sprigno, Presidente Slow Food Campania, che ha parlato con chiarezza della necessità di restituire centralità e consapevolezza al cibo – mi è rimasta impressa anche una riflessione del Presidente della Commissione Cultura e Attività Produttive del Comune di Napoli, Luigi Carbone. Diceva che abbiamo progressivamente spostato il cibo fuori dalla sua dimensione culturale e civile. Che lo abbiamo reso leggero, superficiale, quando invece il cibo dovrebbe essere tutto il contrario: equilibrio, sistema, responsabilità. E che proprio i legumi, nella loro semplicità, possono aiutarci a rimettere insieme questi pezzi.
E allora forse il punto è proprio questo: abbiamo smesso di fermarci. Abbiamo smesso di chiederci cosa c’è dietro quello che mangiamo. Chi lo produce. A quale prezzo. Leguminosa, in questo senso, arriva come una piccola anomalia. Un evento che non prova a intrattenere, ma a rimettere in discussione. Ma Leguminosa, alla Stazione Marittima, non è tutto. E forse è proprio questo il segnale più interessante. Perché accanto al programma ufficiale nasce anche Leguminosa Off: tre camminate con gusto, attraversamenti lenti fatti di assaggi, incontri, racconti. Un modo diverso di vivere la città, che esce dai percorsi più battuti e prova a ritrovare una Napoli più vera. Verace, extra moenia, persino agricola, fuori da quella narrazione addomesticata che spesso riduce tutto a superficie.
È lì che il discorso si completa. Non dentro uno spazio, ma dentro un territorio. I legumi, apparentemente così semplici, diventano una chiave. Per parlare di agricoltura, di sostenibilità, di salute, di economia locale. Per parlare di futuro, senza usare parole troppo grandi. Mi ha colpito una cosa, uscendo da quella sala: la sensazione che il cambiamento, se deve avvenire, non passerà da grandi strategie, ma da gesti minuscoli. Quotidiani. Ripetuti. Come scegliere cosa mettere nel piatto. Come decidere dove andare, cosa attraversare, cosa sostenere.
Il prossimo fine settimana sarò a Leguminosa. E poi anche in giro, lungo quei percorsi. Ci andrò non solo per raccontarla, ma per viverla. E mi piacerebbe che chi mi legge facesse lo stesso. Non per partecipare a un evento. Ma per prendersi un tempo e fare parte di un movimento internazionale. Un tempo per guardare meglio. Per capire. Per farsi qualche domanda in più. Perché forse il punto non è salvare il cibo.
È salvare il rapporto che abbiamo con esso. E, da questo punto di vista, Napoli ha ancora molto da dire. Ma solo se smette di trasformare tutto in una cartolina.
Ci vediamo lì, a leguminosa l’11 e il 12 aprile – Stazione Marittima