“Napoli, città di scalini, rampe, ponti, trafori, perché città di memoria” affermò lo scrittore Giuseppe Marotta. Sicuramente è così ma è anche vero che si estende su un territorio complesso e tortuoso costituito da colline di diverse altezze, strapiombi, fiumiciattoli, dislivelli, avvallamenti, Gran parte delle difficoltà orografiche della città sono dovute all’accumulo di frammenti di lava e rocce di origine flegrea, che hanno creato strati di tufo alti fino a 50 metri. Questo vale per le colline di Posillipo, Vomero e Camaldoli ma non per quella di San Martino che è un promontorio naturale che sovrasta il centro storico della città.
Per superare ostacoli che impediscono la normale scorrevolezza di una via di comunicazione in vari punti di Napoli sono stati costruiti ponti che attraversiamo quotidianamente senza renderci conto della loro natura. Il termine di queste opere di ingegneria civile, in verità, è spesso usato in modo improprio. I ponti propriamente detti sono quelli che superano un corso d’acqua, i viadotti una vallata, i cavalcavia un’altra via di comunicazione.
Edificati spesso non tenendo conto dell’urbanizzazione preesistente, rasentano finestre e balconi dei palazzi o o sono costruiti letteralmente sul vuoto. Talvolta, poi, tagliano in due interi quartieri creando problemi alla zona sottostante che finisce in un cono d’ombra, esposta ad incuria, marginalità e insicurezza. Inoltre il miglioramento della circolazione può far aumentare i prezzi degli immobili, causando lo spostamento dei residenti meno abbienti verso le periferie. Da non sottovalutare, infine, l’impatto sulla salute a causa dell’inquinamento anche sonoro prodotto dall’incremento di traffico. Ma è innegabile che la costruzione di un ponte offra dei vantaggi: permette ai cittadini di spostarsi più rapidamente, facilita l’accesso a zone in precedenza isolate, apre nuove opportunità economiche facilitando il trasporto di merci.
Il più antico ponte cittadino è quello romano di via Conte della Cerra che risale al 400 d.C. Forse faceva parte della via Antiniana che collegava Neapolis con Pozzuoli attraverso i colli. Questa grande struttura probabilmente aveva sei arcate di cui oggi ne sopravvivono due. Nel ‘700 venne inglobato in un palazzo e utilizzato come stalla. Riscoperto nel 2000 durante i lavori della metropolitana di Salvator Rosa, è stato completamente restaurato.
Una grande opera d’ingegneria fu il ponte della Maddalena, attualmente formato da cinque grandi arcate, nella zona industriale della città. Costruito nel IX secolo per superare il leggendario fiume Sebeto, ora scomparso ma la cui potata delle acque è sempre stata assai scarsa, nella sua storia dovette subire assedi, alluvioni, battaglie, e per questo fu distrutto e riedificato più volte. Prese il nome da una chiesa vicina e ospita una statua di san Gennaro nell’atto di fermare la lava del Vesuvio che venne posta in questo luogo nel 1768.
Al 1630 risaliva un’antica struttura che diede il nome alla zona tra via Foria e via Rossaroll, cioè Pontenuovo. Scavalcava il fossato e i corsi d’acqua che scorrevano lungo le mura aragonesi. Ma ora di tutti questi non c’è più traccia se non nel toponimo.
Perché siano edificate strutture significative per la circolazione bisogna attendere il 1809, sotto il dominio francese, quando fu ultimato il ponte della Sanità, attraversato da una strada ampia e scorrevole, battezzata corso Napoleone. Per raggiungere la Reggia di Capodimonte costruita nel 1738 bisognava affrontare le impervie salite dello Scudillo e del Moiariello e ci si rese conto che era necessario progettare un passaggio più agevole. Ma lungo il tragitto c’era il vasto vallone della Sanità e la secentesca chiesa di Santa Maria degli Scalzi. Il problema fu risolto con la soppressione del monastero, la distruzione del chiostro maggiore e la riduzione di quello minore. La costruzione del ponte della Sanitá ha emarginato il rione sottostante, rendendolo economicamente irrilevante e favorendo di fatto la criminalitá.
La struttura comunque non fu solo emblema del periodo francese ma anche simbolo della resistenza: durante le Quattro Giornate di Napoli del 1943 i tedeschi in ritirata intendevano farlo saltare in aria. I guastatori tedeschi ingaggiarono uno scontro armato con un gruppo di partigiani che evitarono così che fosse distrutto. Nel 2000 il ponte è stato intitolato ad una di loro, Maddalena Cerasuolo.
Un ponte poco conosciuto perché ad esclusivamente ad uso privato ma dalla storia curiosa è quello che si trova all’interno del Parco della Floridiana al Vomero. La dependance, Villa Lucia, nel ‘500 luogo di preghiera dei padri benedettini, restaurato dall’architetto Antonio Niccolini nel 1819 fu collegato all’edificio principale con un ponte alto 16 metri. Opera ardita a campata unica con otto ogive, ha un aspetto poco robusto. Si racconta che per questo durante il collaudo il re Ferdinando di Borbone face transitare sul ponte 6 cannoni costringendo l’architetto, che aveva garantito della sua solidità, a starsene in un cesto appeso sotto l’arcata.
Nel 1853 fu inaugurato un nuovo corso, per alcuni la prima tangenziale della città, per collegare Piedigrotta a Capodimonte (che non raggiunse mai) intitolato prima a Maria Teresa poi, dopo l’unità d’Italia, a Vittorio Emanuele. Lungo il suo percorso sei ponti di legno superavano i vari dislivelli che furono realizzati in muratura solo nel 1860.
Uno dei primi ponti costruiti dopo l’urbanizzazione del nuovo quartiere del Vomero fu quello che sorvola via Pietro Castellino, lungo circa 30 metri. La zona allora era ricca di boschi e campi, con poche ville nobiliari e un piccolo villaggio raggiungibile attraverso ripidi sentieri. La struttura, edificata negli anni ’30, ultimamente ha assunto una cattiva fama, perchè luogo di una lunga catena di suicidi. In quello stesso periodo ne fu realizzato un altro a via Domenico Fontana che supera la zona detta Due Porte all’Arenella.
In via Conte della Cerra ci sono addirittura due ponti. Una risalente al 1920 su cui transita via Eduardo Suarez e un altro costruito nel 1958 su cui passa via Mario Fiore.
Altri ponti di minor visibilità si trovano a via Pigna su via Vicinale Camaldolilli di cui è stato recentemente denunciato lo stato di degrado, e quello di via Girolamo Santacroce su salita Cacciottoli.
Ma la struttura più complessa fu negli anni ’50 quello che permette il collegamento tra via Scarlatti e via Cilea e questa con via Gemito. Per la sua realizzazione furono abbattute le antiche ville, De Marinis e Doria. Quest’ultima era di proprietà del famoso storico Gino a cui fu dedicata la strada che la nuova struttura ora sorvola. I fabbricati della zona sottostante sono più bassi e visibilmente sfiorati dal passaggio delle auto.
Proprio a Gino Doria dobbiamo un’acuta analisi, decisamente amara per la sua vicenda personale, sulla smania di progresso dell’uomo: “Camminiamo, camminiamo insieme su queste nostre belle strade inondate di sole, e combiniamo insieme mille grandiosi affari. E quando ne avremo concluso uno grandissimo – la vendita della Villa Nazionale per suoli edificatorî – io ti offrirò un caffè e tu mi offrirai una sigaretta. E ci prenderemo a braccetto e passeggeremo”.
(*) L’immagine in evidenza è stata generata da IA